Pubblicato il: mar, apr 3rd, 2012

Quale futuro per il calcio italiano?

Di Matteo Urru

In tempi di crisi per tutti, lo Stato italiano deve ringraziare in qualche modo il nostro calcio. Sembra un paradosso, viste le condizioni del tutto agevolate nelle quali vivono tutti i protagonisti del pallone, tra stipendi milionari e facilitazioni di ogni tipo, gestioni dissennate e debiti crescenti, ma non lo è.

Solo nell’ultimo anno, il nostro Stato ha incassato ben 1 miliardo di euro dal calcio italiano. Questa cifra comprende tassazioni e prelievi fiscali diretti e indiretti da tutte le 71 mila società attualmente esistenti nel panorama calcistico italiano, comprese quelle non professioniste. Più dell’80% di questa somma è versato dalle società di Serie A, che devono ogni anno rendere conto delle varie IVA, IRES, IRAP, tasse sui lavoratori dipendenti, ritenute sulle scommesse e detrazioni varie. Si tratta dunque di un peso enorme per le nostre società, che devono sempre più comportarsi da aziende, ricorrendo a rincari dei biglietti, sponsorizzazioni e rinunce tecniche che ne minano la competitività in campo europeo e mondiale. Non è un caso se le crescenti difficoltà facciano aumentare ogni anno il debito delle nostre squadre, salito nella stagione 2010-2011 a 2,6 miliardi di euro. In questo momento di recessione, ben vengano gli investimenti dei vari Agnelli, Berlusconi e Moratti.

In ogni caso si fa fatica a reggere il confronto con il calcio europeo e mondiale, che negli ultimi anni ha visto l‘ingresso sempre più insistente di magnati e sceicchi, che con i loro petrodollari possono permettersi ingaggi ed investimenti fuori dal normale. Il livello della nostra serie A è andato tuttavia in un continuo calando, anche a causa della scellerata gestione di alcuni presidenti e direttori tecnici, che talvolta preferiscono rivolgersi a giocatori provenienti da tutto il mondo, senza accorgersi che le vere risorse, da coltivare e valorizzare, si possiedono in casa.

Le ragioni della nostra crisi, che da finanziaria diventa irrimediabilmente tecnica e calcistica, sono le più varie: i costi di gestione aumentano sempre di più, mentre scendono gli introiti degli stadi e calano gli investitori, spaventati da una pressione fiscale assurda e scandali che si susseguono senza soluzione di continuità.

Il problema stadi è una questione di vitale importanza: sempre più spesso dobbiamo assistere a partite con stadi mezzi vuoti, impianti vecchi e obsoleti che talvolta rendono persino impossibile l’accesso ai tifosi, come nel recente caso dello stadio Sant’Elia di Cagliari. Nonostante le continue promesse sia da parte degli organi principali della Federazione sportiva che degli assessorati competenti, manca ancora nel nostro Paese una legge sugli stadi che permetta finanziamenti e investimenti sicuri per creare, sul modello inglese, nuove infrastrutture moderne e di proprietà delle società. Queste ultime devono invece continuamente pagare il Comune di riferimento per l’utilizzo del campo e sobbarcarsi tutti i costi di manutenzione e controllo sicurezza all’interno degli impianti. Le limitazioni sull’accesso dei tifosi negli stadi, con le conseguenti polemiche per l’istituzione della Tessera del tifoso, hanno ulteriormente allontanato tifosi e famiglie, che scelgono la soluzione più comoda ed economica della pay per view sul divano di casa. Unica e splendida eccezione a questa regola è lo Juventus Stadium di Torino, il primo grande impianto di proprietà italiano, costruito in soli due anni, che garantisce alla Juventus ritorni economici superiori e un grande incremento degli abbonamenti e del tifo bianconero.

Il calcio italiano paga a caro prezzo la poca e calante attrattività che riscuote negli investitori e nei calciatori esteri: del resto la pressione fiscale ci costringe a pagare un ingaggio, al lordo, dell’oltre 30% in più rispetto agli altri maggiori campionati europei. Tutto ciò ha portato ha creare, nel 2011, un ulteriore disavanzo di 428 milioni di euro; solo 19 club professionistici su 107 hanno chiuso con il segno positivo l’ultimo bilancio. Anche il giro d’affari sulle scommesse, in crescente aumento fino a poco tempo fa, ha subito nel 2011 una brusca frenata; del resto gli scandali che hanno colpito il nostro calcio non fanno altro che lacerarne ulteriormente la credibilità , agli occhi nostri e del mondo intero. Da Calciopoli 2006, del quale ancora non sono state messe in evidenza in maniera definitiva tutte le responsabilità, fino all’ultimo scandalo calcio-scommesse, che rischia di travolgere squadre e campioni eccellenti del pallone.

La sensazione è che si stia perdendo di vista il vero centro dell’attenzione, ossia il 90 minuti di lotta, classe e sana rivalità nel rettangolo di gioco. Sarebbe bene preoccuparsi di proteggere quest’ aspetto del calcio, ormai sempre meno “gioco” e sempre più “merce”, da interessi esterni che lo possano rovinare del tutto.


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