Piccole donne nere: le schiave moderne
di Redazione
Parliamo dell’Etiopia. Di una parte dell’Etiopia assai poco nota ai molti “conoscitori” del Corno d’Africa. Della cosiddetta Abissinia.
Parliamo di donne anonime. Piccole donne, figlie di contadini e contadine. Ragazze appena diciassettenni o ventenni. Età in cui molto spesso dovrebbero essere già sposate e mamme anche di due bambini. Invece incombe la povertà. Figli giovani e uomini che lavorano la terra non ce ne sono molti. Ormai sono villaggi di donne, vecchi e bambini. I giovani? Sono quasi tutti a fare i militari, chissà in quale parte dell’enorme Etiopia. Il sogno di molte di queste ragazze è andare all’estero, lavorare per qualche anno, fare un po’ di soldi e poi tornare nella loro terra per poi aprire un piccolo “ducan”, negozietto, uno di quelli che qui vendono di tutto. O magari un “endamesciatiti”, ovvero parrucchiere.
Spesso la partenza è pianificata da molto. I costi sono alti. Le spese sono a volte fuori dalla portata della famiglia. Quindi spesso le famiglie si ipotecano le terre che hanno per mandarle, o magari è qualche parente generoso che si offre per pagare questi viaggi, convinto che la sua piccola parente un domani gli ridarà quello che gli deve e magari anche con gli interessi.
La destinazione non sempre è l’Europa. No, l’odissea per arrivarci è troppo pericolosa. Si rischia di morire, spesso. E nessuno sa poi che fine fai, in Libia. Meglio l’Arabia Saudita. Lì cercano tante donne “domestiche” disposte a lavorare per ore e ore senza opporsi. È così che si fanno i soldi. 2-3 anni e poi si torna trionfanti, piene di soldi. Si aiutano la mamma, la famiglia, e chissà, ci si potrebbe anche sposare.
La “classica” storia di centinaia e centinaia di ragazze che partono, con l’aiuto di “agenzie di viaggio” ad Addis Abeba che fanno da “mediatore” fino a che non si arriva in Libano, Dubai e altre grandi città, che sono diventate ricche per il lavoro sottopagato dei popoli provenienti da Asia, India e Filippine, con domestiche da Etiopia ed Eritrea . Cristiane copte (“ebrei neri”, come vengono chiamate) in un mondo musulmano, un mondo dove le stesse donne musulmane non sempre hanno una vita facile. Una società con regole dure. Una nuova forma di schiavitù.
Sono piccole donne coraggiose. Viaggiano lontano da casa, per fare un po’ di soldi, comprarsi un futuro, pagandolo caro. In fondo al cuore sanno di non sapere bene cosa sta per succedere, ma si comportano in maniera decisa, orgogliosa e convinta. Non sanno che all’arrivo all’aeroporto della città designata gli verrà ritirato il passaporto e da li saranno alla mercè dei loro datori di lavoro. Saranno alla mercè di mogli tiranne e gelose, mentre i mariti cercheranno di abusare sessualmente di loro. Un sistema che non le considera esseri umani. Non hanno voce. Sono solo ed esclusivamente forza lavorativa, dispensabile, scartabile, sostituibile. Piccole donne nere schiave. I loro nomi? Di chi sono figlie? Da dove vengono? Qual era il loro sogno?
Alem Dechessa, domestica etiope, un caso tra tanti. Morta suicida (dichiarano dall’ospedale psichiatrico del Libano) dopo essere stata ripresa mentre veniva picchiata e molestata dal suo padrone Libanese proprio davanti all’ambasciata Etiope. Non poteva tornare in Etiopia, non aveva più passaporto. Un caso fra migliaia. Il numero esatto? Non si saprà mai.
Quelle che riescono a scappare da questa realtà si nascondono in giro per le città arabe, vestite da arabe. Non escono quasi mai, per paura di essere ritrovate. Sì, ritrovate, come se fossero oggetti smarriti. Oggetti. Non possono crearsi una vita lì e non possono neanche tornare in Etiopia, visto che il loro passaporto è stato sequestrato dai datori di lavoro. Che futuro le aspetta? Vivono per anni in un limbo di paura, angoscia dolore, vergogna, inadeguatezza.
Alcune di loro invece in qualche modo riescono a scappare, a tornare in Etiopia e cominciare una lotta dal basso per sensibilizzare e proteggere e informare queste donne di ciò che spesso le aspetta, quando sono agenzie fantomatiche ad occuparsi delle loro carte di assunzione.
Una donna, come si può vedere nel video del primo link, è riuscita a creare un’associazione che si occupa proprio di smascherare queste agenzie. Una donna coraggiosa, che ogni giorno va in giro per Addis Abeba (la capitale dell’Etiopia) a cercare queste ragazze, che stanno nascoste finche non arriva il momento di partire, a richiesta dei middleman che operano per conto di agenzie sulle due sponde. Una vera e propria nuova tratta di schiave.
Per info ed approfondimenti:
http://www.cultureunplugged.com/documentary/watch-online/play/4716/Nightmare%20in%20Dreamland












