Pubblicato il: dom, mar 25th, 2012

Ciao ciao Italia: sempre più ricercatori all'estero, con qualche eccezione

di Chiara Gagliardi

Tra la crisi e la speranza. Ecco lo stato d’animo di chi, arrivato in fondo ai famosi anni di studio con una laurea in mano, decide di intraprendere il dottorato di ricerca, strada che mantiene sempre il suo fascino, ma in salita. Sono sempre di più i ricercatori italiani che fanno le valigie e partono verso l’estero, dove li attendono mezzi più moderni e avanzati, maggiori gratificazioni e forse un posto di lavoro sicuro. Gli ultimi dati Istat, di fine 2011, parlano del 7% di giovani espatriati. Aumentano, tuttavia, negli Atenei italiani, gli incontri per sensibilizzare al tema. Alla classica domanda, “Perchè?”, se ne aggiunge pure un’altra: “Sarebbero disposti a tornare?”.

Fuga di cervelli, la chiamano da anni: è questa la situazione del ricercatore italiano che, non trovando terreno fertile in penisola, si vede costretto a rivolgersi altrove. La vicina Svizzera è una meta abbastanza ambita: i chilometri di distanza sono relativamente pochi, ma al di là delle Alpi la situazione è radicalmente diversa. C’è chi parte alla volta di America o Australia, ma anche il gigante cinese in questo momento concorre per le menti italiane. Fuga di cervelli, fenomeno che risale alle prime luci delle Università; la tensione verso l’estero può essere infatti positiva, ma anche negativa, quando in troppi se ne vanno.

C’è chi decide, contro tutte le aspettative, di restare. Un esempio è Fabrizio Tamburini, ricercatore precario dell’Università di Padova, che si divide fra il suo studio e la città di Venezia. Tamburini, come riportato da tutti i giornali, ha recentemente concluso uno spettacolare esperimento, in Piazza San Marco, sui cosiddetti “fotoni ubriachi”, che potrebbero rivoluzionare l’ambito della comunicazione telefonica e radiofonica. Fabrizio Tamburini prende 1300 euro al mese, ed ha un posto da assegnista precario. Nonostante le numerose richieste dall’estero, Tamburini ha preferito conservare il suo posto presso l’Ateneo patavino, dichiarando di essersi sempre trovato bene in ambito lavorativo e di voler mantenere la sua libertà.  Purtroppo, sono mosche bianche: l’Italia porta all’estero il suo buon nome, ma non aiuta i suoi “cervelli” a crescere. Eppure, le scuole e le università italiane sono rinomate in Europa per la qualità e il metodo di studio.

Perchè, quindi, i ricercatori decidono di espatriare per non tornare? Non si tratta semplicemente di stipendi più alti. Negli Stati Uniti, ad esempio, i ricercatori possono avere più familiarità  con il sistema accademico, oltre ad avere termini e condizioni di lavoro migliori. I docenti e i tutor interagiscono spesso personalmente con i ricercatori, ed anche questo li aiuta nel trovare un buon posto. Il confronto con un ambiente sereno e stimolante, dove le capacità e l’intelligenza vengono riconosciuti è frizzante ed allettante. Qui, cosa resta? Un sistema accademico eccessivamente gerarchico e senza mezzi, con strutture ormai cadenti e pochi investimenti sulla cultura. E’ difficile decidere di tornare e di gettarsi nuovamente in una simile situazione.  E’ un’amara fine per un percorso accademico brillante: fare la valigia ed andarsene. E’ davvero urgente una riflessione seria e uno scossone che cambi il sistema: come si suol dire, se tutti partono, chi resterà qui a sistemare la situazione? Cosa rimane all’Italia già affossata dalla crisi economica, se non ci sono nemmeno dei personaggi di spicco nel mondo scientifico che la possano aiutare nella tanto decantata ripresa? Il rapper pugliese CapaRezza canta tristemente, nell’ultimo album Il sogno eretico: “Metti nella valigia la collera e scappa da Malinconia, tanto qui se ne vanno tutti. Goodbye Malinconia, dimmi chi ti ha ridotto in questo stato”.

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