Pubblicato il: ven, mar 23rd, 2012

Pensieri su.. Richard Brautigan – American Dust

di Matteo Molon

La copertina del libro "American Dust"

Lo si ricorda ancora, terminato il libro, il sole tramontare sul verde lago, e la storia della scelta di un ragazzino, condizionata dall’America post-Seconda Guerra Mondiale, con le scarpe da tennis, su un precario pontile, bagnate da una sottile superficie d’acqua di inconscia follia, una condizione di vita precaria, e le angosce lasciate come macerie sull’arido suolo del conflitto, un’intera coscienza generazionale umana rasa al suolo.

“American Dust” di Richard Brautigan è dissacrante, dissacra il mito dell’America di quegli anni, illustrando come una società che si consacra al mito, diventando astrazione di se stessa, si sganci da parte delle sue fondamenta, che si sgretolano fino a diventare polvere, la polvere tanto decantata, la polvere dell’America, in attesa che il vento la porti via.

Nonostante, gli Stati Uniti si intuisce siano riusciti a rimanere in piedi, potenza mondiale, grazie all’intraprendenza che ha costruito il mito di cui si è appena parlato. L’intraprendenza che oltre a costruire il progresso ricostruisce di continuo quella parte di fondamenta in frammentazione.

Emblematico è l’uso dell’hamburger come metafora dell’American Way of Life, e di come la scelta si ponga tra l’acquisto di esso o una scatola di proiettili, simbolo invece della violenza, dello sfinimento che porta verso la distruzione, senza nemmeno accorgersene. Quando non si trova strano che un dodicenne giri con un fucile e possa comprare una scatola di proiettili, e che spari senza pensarci troppo, come fosse un’azione normale a tante altre, il dado è tratto.

Le pagine di “American Dust” macchiano d’inchiostro le immacolate immagini e l’immacolato immaginario dell’America del dopo guerra, le stesse della televisione che dilagherà poi.

Una televisione, che come scritto da Brautigan, leva la vastità dell’immaginazione sostituendola con alcune e limitate immagini stereotipate, riducendo il Sogno Americano a quattro luoghi comuni, il cui apice si identifica con “una qualsiasi strada d’America costeggiata da catene di ristoranti”, dove la metafora colta è quella di un consumismo, che mangia un paese fino a farlo diventare la polvere delle famose, e appunto stereotipate, autostrade USA o delle grandi città, come se gli Stati Uniti fossero solo stazioni di servizio in mezzo al deserto o fast food nelle città piene di smog, ai lati delle rispettive strade.

Il paese viene consumato impoverendolo, impolverendolo.

Uno stile di vita ritenuto perfetto, ma che anch’esso, nonostante i chilometri d’oceano, risente dell’orrore del secondo conflitto mondiale, che nelle conseguenze era tutt’altro che terminato, desolazione che si sovrastava ad altra desolazione.

Uno stile di vita perfetto, troppo, e quella del brillante amico del protagonista, dall’esistenza, apparentemente, senza pieghe, ne è la rappresentazione.

La rappresentazione dell’inconscia paura, col fiato sul collo, ma che non si riesce mai a vedere, di perdere tutto e rimanere soli, vedere crollare ogni cosa perché ci si allontana dalla base concreta, venendo portati a vivere solamente l’inconsistenza di un mito (il processo descritto all’inizio), e non la consistenza di capire cos’è che l’ha generato.

La coppia del salotto, e il vecchio con la baracca che stanno di fronte al lago sono la metafora della naturalità americana, un paese che si allontana dal contatto con essa, l’amore per le terra d’origine. E’ il rapportarsi con lei dal carattere unico che ha fatto la fortuna delle Stelle e Strisce. Lo stesso lago e ciò che gli sta attorno sono l’illustrazione della bellezza del territorio americano.

Il concetto della scomparsa dall’amico prima citato, e anche del protagonista, sono la metafora del rischio delle scomparsa dei futuri giovani americani, delle loro energia vitale, rinsecchiti, prosciugata.

Una fotografia di Richard Brautigan

Nella postfazione del libro, viene precisato di come il racconto sia per Brautigan anche una confessione intima e biografica.

Le figura del ragazzino protagonista è la sua, una figura posta tra ciò che è stato e ciò che avrebbe voluto essere, la ricerca di una tranquillità, di una normalità, di una banale forse, ma sicura e rassicurante, stabilità, che nell’infanzia lo scrittore non ha avuto, una storia personale trascinata nel girovagare del ragazzino attorno al lago.

Il centro del suo mondo è la distesa d’acqua dolce, perché è matrice dei sogni, e la figura della normalità e della stabilità si trova nel pacifico comportamento della coppia che compone il salotto sul lago, la casa mancata.

Una pace però troppo surreale, anch’essa troppo perfetta, che ha nella base il giusto ma nella sfera più esterna lo sbagliato, una sfera che inizia a sgretolarsi, e i segnali sono la surrealità e le poche parole che si dice la coppia, sempre meno parole per una società che si aliena da se stessa, fuligginosa, con sempre meno cose da dire.

Il loro insolito chiamarsi “mami” e “papi” è il riferimento alla famiglia mancata, a tutti quei figli cresciuti con l’assenza dell’affetto dei genitori.

Quello appena scritto si collega a quello detto precedentemente, dell’American Dream e del suo sgretolarsi per mancanza di concretezza, e va a delineare il quadro di messaggi e significati dell’opera, di cui si è parlato, che parte da un contesto personale per giungere a uno sociale, il raccontare una storia, cassetto di altre storie, e la loro forza intrinseca per aggrappare al libro l’interesse, l’anima e l’intelligenza del lettore.

La lettura e’ sciolta e mai pesante, caratteristica di non facile resa se si considerano le tematiche e gli elementi riposti all’interno, le continue e prolungate digressioni, sapientemente ricondotte al principio del discorso, rendono la narrazione vivace, amorevolmente e malinconicamente disordinata, e accattivante.

La semplicità e la disinvoltura con cui Brautigan narra le avventure del giovanissimo sono alienanti, un alienarsi tipico del cercare di evadere da un vivere opprimente, uno spunto di sofferenza e di speranza, una sofferenza che devia e snatura anche i migliori animi, ma che nel sognare trova la via di fuga, così ecco che la stesura è di una semplicità a canovaccio avvolto tra l’onirico e il distaccato, una leggerezza che pesa come un tonfo al cuore, perché il sognare la dona ma la pesantezza dei macigni, difficoltà e dubbi, la toglie.

Un libro di 100 perfette pagine, una fotografia ricca di particolari, dal bianco ingiallito nero di un periodo storico e di uno dei suoi più grandi, purtroppo sottovalutati, interpreti in pagine, dall’originale finezza.

“Amarican Dust” è un cartellone pubblicitario del Sogno Americano anni ’40/’50. Scritta rossa e le immagini stilizzate di vita felice tipiche del periodo, al confine di una grande città che si apre sul deserto, ai cui piedi un finto cowboy mangia un succulento panino, appoggiato con la schiena alla macchina impolverata dal viaggio, in attesa di capire che ne sarà di tutto quel via vai di veicoli in entrare e uscita, sentendo che in tutto questo del gusto e della fantasia ci sono, ma avendo in mente sempre meno dove.

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