La tragica storia di una lavoratrice indonesiana in Arabia Saudita
di Jemy Haryanto
Con grandissime aspettative, Armayeh Sayuri si era recata a Medina, in Arabia Saudita. Tuttavia non è stato il successo ciò che ha ottenuto, ma soltanto una serie di torture. Tutto il suo corpo ora è pieno di vesciche, cicatrici, compreso il viso. Persino i lobi delle orecchie hanno perso la loro forma originaria, a causa dell’acqua bollente spruzzatale dal suo datore di lavoro, Hana Hasyim Ahmad.
La notizia del tragico evento che ha coinvolto una donna del Borneo Occidentale era precedentemente giunta dal Ministero degli Affari Esteri Indonesiano. Eppure sorprende il fatto che Armayeh non abbia chiesto una condanna. Il perpetratore processato percausa civile pagherà soltanto un indennizzo.
Al momento dell’incontro nella sua casa di via TelukLerang, nel villaggio di KaryaBersama, reggenza di Kubu Raya, nella provincia del Borneo Occidentale ,Armayehha ammesso di essere giuridicamente in difficoltà.
“A quel tempo ho perdonato il mio datore di lavoro. Poiché ero all’oscuro delle procedure legali laggiù,” ha affermato.
Per di più, ella ha aggiunto, in quel momento non vi era nessuno che potesse appoggiarla. “Per questo non sapevo che fare. Avevo soltanto paura di non aver l’opportunità di essere rimpatriata in Indonesia, non potevo più sopportare le continue torture da parte del mio datore di lavoro,” ha detto.
Armayeh ha dichiarato di aver firmato una lettera, una sorta di accordo. “Tuttavia lo staff del Consolato Generale della Repubblica Indonesiana a Jeddah prosegue ancora a lottare per il mio caso.. Non ho mai ottenuto nemmeno una volta un processo alla Corte di Medina nel2011,”ha rivelato Armayeh, lo sguardo perso nel vuoto, tastandosi ripetutamente la cicatrice sulla testa provocata da una bottiglia rotta. Spera ancora di poter avere giustizia.
All’epoca, afferma, diverse volte la famiglia del suo datore di lavoro era venuta per chiedere che quel caso fosse risolto amichevolmente, serenamente. Ella ha ammesso di non aver, inizialmente, subito accettato quella richiestadi chiarimento pacifico. Dopotutto, nulla poteva sopperire alle indicibili sofferenze che aveva vissuto.
“La famiglia del capo mi ha invitata a ritornare a casa loro per lavorare ancora. Ma ho rifiutato. Il mio datore di lavoro mi aveva detto che, se fossi stata disposta a perdonarlo ed a non perseguirlo legalmente, avrei ricevuto uno stipendio per 2 anni. Addirittura un premio,” ha spiegato la donna 21enne.
Anche la famiglia del suo superiore le avrebbe dato del denaroed un biglietto per tornare in Indonesia. Tuttavia, tutte quelle promesse si sono rivelate false. Per il momento ella non ha mai ricevuto nulla dalla famiglia del suo capo. “Sino ad ora i soldi del compenso che hanno detto di volermi dare non ci sono mai stati. Sono tornata a casa grazie agli addetti del consolato di Jeddah,” ha detto.
Ora, Armayeh spera nella giustizia. Per le torture che ha subito dal 2009 ed il processo giuridico. “Ho chiesto che il datore di lavoro che mi ha torturato venga severamente punito. Perché sono stanca di aspettare,” ha dichiarato, cupa.
Il Consulente Generale della Repubblica Indonesiana a Jeddah, Michael Tene, ha detto di aver inviato le sue osservazioni alla Corte Suprema di Jeddah per il riscatto (diyat) di Armayeh Sayuri. 600.000 riyal equivalente a 1,3 miliardi di rupie al tasso di cambio. Un cambio di 2250 rupie.
“Anche se Armayeh è tornata in Indonesia, la causa legale sino ad oggi continua ad essere portata avanti dalla società di avvocati Majeb GaraoubLaw”, ha dichiarato.
Il Consolato Generale della Repubblica Indonesiana a Jeddah sta anche indagando poiché, nonostante l’avere subito delle torture piuttosto gravi, Armayeh ha deciso di non richiedere una condanna per il colpevole. Se dunque vi sarà solo una causa civile, il responsabile pagherà solo un indennizzo.
“Attualmente stiamo cercando di capire se questa richiesta arriva veramente da Armayeh ed è stata decisa senza alcuna pressione”, ha spiegato Tene.
Rieke Diah Pitolaka, membro della IX Commissione legislativa, ha detto di aver agito attraverso una serie di misure, tra cui sollecitare il governo a risolvere immediatamente il caso.
“Siamo lieti che Armayeh sia ritornata dalla sua famiglia. Ma il governo deve subito prendere provvedimenti concreti per risolvere il caso,” ha affermato.
Le limitazioni economiche sono la ragione per cui Armayeh è diventata una lavoratrice in Arabia Saudita. La donna ha sostenuto di avere voluto aiutare i propri genitori al villaggio. La sua formazione si è fermata alla seconda classe della scuola superiore per il momento.
Le difficoltà economiche hanno fatto sì che i genitori non potessero permettersi di pagare ad Armayeh le tasse scolastiche. Quest’ultima ha riferito che, sin dalle scuole elementari, era abituata a saldare i costi per la scuola lavorando. Con la sua attività da operaia nel suo villaggio. Dalle 3:00 del mattino sino all’alba alle 5:00.
Con il passaggio alla scuola superiore, alla seconda classe, le tasse scolastiche si sono fatte più costose. Così infine ha deciso di lasciare la scuola. “Sono partita per diventare una lavoratrice in Arabia Saudita poiché i miei genitori non erano più in grado di pagare per la mia scuola.”
Nel mese di febbraio 2009, era partita per Jakarta ed aveva incontrato alcuni agenti con agganci per lavorare in Arabia Saudita. Per i primi tre mesi, ha lavorato in silenzio. Secondo Armayeh, è stata vittima delle torture lavorando in casa della figlia del datore di lavoro. Hana Hasyim Ahmad, così si chiama la figlia di costui. Ha spesso colpito Armayeh, l’ha umiliata, senza alcuna pietà, l’ha bagnata con acqua bollente.












