Pubblicato il: mer, mar 14th, 2012

“Faccia d’angelo”, galeotta fu la fiction

di Silvia Layla Olivetti

Elio Germano

Brutto, peggiore, pessimo. Addirittura inguardabile. Nessun paradigma è in grado di definire adeguatamente l’obbrobrio cinematografico di Andrea Porporati intitolato “Faccia d’angelo” e ispirato alla vita del boss della malavita del Brenta, Felice Maniero.

La fiction è un fallimento totale da ogni punto di vista: manca il pathos, il ritmo e perfino la trama latita, dimenticata tra i canali della campagna padovana. Il carismatico personaggio di Felice Maniero, famoso nel Veneto Orientale per i suoi modi da ‘ladro e gentiluomo’, è stato snaturato e trasformato dall’attore Elio Germano – che lo interpreta – nel ruspante e rozzo ragazzo di campagna di Renato Pozzetto, del quale però purtroppo non possiede la seppur grossolana carica comica. Certo Germano non ripete ‘eh, la madonna’ ogni tre battute, però si rifà egregiamente con la versione veneziana classica dell’esclamazione – quella cioè che chiama in causa l’anatomia femminile delle madri. Gli manca solo il trattore scoppiettante e il camion di letame da spalare, ma per il resto la caricatura del campagnolo da barzelletta c’è tutta.

Il problema è che Elio Germano non risulta convincente come boss della mafia veneziana e, quanto a inespressività, riesce perfino a superare Clint Eastwood – che per lo meno era in grado di produrre due facce diverse, quella con sigaretta e quella senza. Germano non tiene testa all’originale – che in effetti non ha mai incontrato – né per carisma né per fascino, mostrando nell’interpretazione la stessa grazia ed eleganza di un facocero obeso in una cristalleria. Nel complesso, il risultato finale ricorda da vicino una fotocopia malriuscita a toner esaurito.

Mummificata anche l’irriconoscibile Katia Ricciarelli, nel ruolo della madre di Felice Maniero, che sembra paracadutata sul set per sbaglio, prelevata forse dal vicino oratorio mentre si trovava a un raduno di ex presentatrici Tupperware. Lo sforzo di dare spessore a una donna che nella realtà ha tanto contribuito all’ascesa al potere malavitoso del figlio, è vano. Impermanentata di bianco e grigio la Ricciarelli sembra, più che la sagace madre di un boss malavitoso, un’attrice di commedia dialettale, di quelle che si possono vedere nelle recite parrocchiali natalizie. La signora Lucia Carrain, madre del vero felice Maniero, era nota per la sua forza, per il suo carattere deciso ed era da molti considerata come la vera spina dorsale della banda della mala del Brenta. Katia Ricciarelli, invece che sottolinearne la personalità imponente, l’ha ridotta a una malconcia versione di Nonna Papera.

Felice Maniero

Eccessive e inutilmente volgari le scene di sesso, esplicite fino a sfiorare il documentario erotico. Sgradevoli, e apparentemente reclutate dalla tangenziale est di Mestre, le attrici scelte per impersonare le partner sessuali di Faccia d’angelo sembrano uscite da riviste per adulti di quarta categoria. Maniero sarà anche stato un efferato criminale, ma privarlo così brutalmente del buongusto in fatto di donne è decisamente un affronto alla sua fama di Casanova dal palato raffinato. Chissà se anche lui come noi, vedendo questo film, all’ennesima tetta gelatinosa sbattuta sul vetro della telecamera ha sentito la necessità di un Alkaseltzer rigenerante.

Insomma, la storia della malavita del Brenta aveva sicuramente le potenzialità per competere nei contenuti con altre fiction del genere, quali “Vallanzasca, gli angeli del male” o “Il capo dei capi” , ma l’infelice scelta di Porporati di puntare sulla macelleria femminile e sul turpiloquio in dialetto padovano appiattiscono trama, personaggi e scenografie, fino al coma irreversibile.

Faccia d’angelo” prometteva molto ma non ha mantenuto nulla. La vera storia sfugge, così come il contesto sociale, politico ed economico del Nord Est degli anni ottanta. I personaggi restano superficiali e le scene decisamente statiche. Manca anche un’analisi psicologica approfondita e l’ottica di partenza. Onnipresenti, invece, la sciatteria e il pressapochismo della confezione. L’impatto emotivo che se ne ricava, tutto sommato, è degno della pubblicità del formaggino Mio.

Difficilmente lo sparuto pubblico che ieri è stoicamente riuscito a resistere fino alla fine della prima puntata ripeterà l’esperienza il prossimo lunedì, quando andrà in onda la seconda – e ringraziando Dio per i piccoli favori anche ultima – parte di questa infelice paccottiglia cinematografica.

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