La semplicità di un gesto
di Antonio Borsa
Venerdi scorso ha fatto il giro di tutte le trasmissioni tv il dolcissimo
striscione del piccolo Filippo, il bambino di nove anni che teneramente
incitava la sua squadra a vincere altrimenti i compagni di classe lo prendevano
in giro. Un piccolo gesto, fatto con semplicità da chi il calcio lo vive ancora
con quella luce negli occhi, con trasparenza, con l’animo del fanciullo. Già,
quel fanciullo che nelle anime dei tifosi tipo è andato via da un pezzo e ha
fatto spazio alla triste realtà delle scene che accompagnano gli stadi Italiani
da tempo.
Filippo ha da poco imparato la parola razzismo, non sa che questo sentimento è
purtroppo parte integrante del calcio nonostante siamo nel 2012, non sa che gli
ultras hanno smesso da tempo con i semplici e puri sfottò, sostituiti da
violenza gratuita ed insulti ai defunti (Facchetti il morto che parla, la
nostalgia dell’ Heysel), Filippo non sa ancora tante cose del Dio del pallone e
l’augurio è che non le sappia mai. Filippo nella sua semplicità dimostrata che non è poi cosi bello crescere, non è cosi bello scoprire che il mondo fatato che ci si immagina quando la seconda
cifra della nostra età era ancora zero in realtà è triste, desolante, doloroso.
E diventa impossibile non chiedersi quando i tifosi tipo degli stadi, che
gettano fumogeni, fanno a coltellate con l’ ultras rivale inizieranno a crescere, a capire che il calcio vissuto in questo modo è sempre meno bello, sempre meno divertente. Questo sport, come tutto nella vita, trova la sua meravigliosità nelle piccole cose, nei piccoli gesti, come quello di un bambino di 9 anni, che non ha chiesto la morte del giocatore avversario, non ha insultato il beniamino in serata no, ha solo chiesto di vincere per non essere preso in giro.
Occorre chiedersi quindi quando i tifosi inizieranno a crescere, forse però in
questo mondo è proprio crescere il problema.











