Novità nel mondo dei pubblicisti, fra falsa informazione e venti di riforma
di Chiara Tripaldi
Ormai da qualche giorno circola sul web una notizia che ha fatto fare un balzo sulla sedia a tutti coloro (compresa la sottoscritta) che stanno intraprendendo il percorso per diventare giornalista pubblicista.
Chi è il giornalista pubblicista? E’ un collaboratore free-lance, non iscritto all’Ordine dei Giornalisti ma a un apposito elenco, nel quale si può entrare a far parte dopo una collaborazione di 24 mesi con una testata, cartacea o on-line, con un contributo di circa 70 articoli. La collaborazione dovrebbe essere retribuita, ma molto spesso questo non accade: chi vuole diventare pubblicista lo fa per amore della professione oppure lo utilizza come step intermedio per intraprendere la carriera di giornalista professionista.
In Italia i pubblicisti sono circa 80000 contro i circa 110000 giornalisti iscritti all’Ordine, e dunque censiti-tralasciamo per il momento di addentrarci fra le cifre dei giornalisti “invisibili”, non censiti in quanto autonomi dall’ordine-: una bella fetta dei professionisti dell’informazione è dunque formata da pubblicisti, perlopiù sottopagati, costretti a sbarcare il lunario con altri lavori.
Questa categoria di professionisti, gira voce, sembra essere messa a rischio con la norma del decreto “salva-Italia” del 22/12/2011 n. 214 – “Soppressione limitazioni esercizio di attività professionali” che modifica parzialmente il precedente art. 3 comma 5 del d.l. 138/2011, art. 10 legge 183/2011 – “Riforma degli Ordini professionali”: la distinzione fra giornalista professionista e pubblicista verrà annullata a partire dal 13 agosto 2012, a discapito di questi ultimi, che di fatto non esisteranno più come categoria e saranno passabili di denuncia per abuso della professione.
La soglia di attenzione di migliaia di pubblicisti e di coloro che aspirano al titolo si è subito messa in allarme: chi non conseguirà il titolo entro la fatidica data agostana, cosa farà? Sarà costretto a rinunciare per sempre alla sua aspirazione? Per vedere pubblicati i suoi articoli sarà costretto ad entrare nell’Odg, con praticantato di 18 mesi (gratuito, ça va sans dire) oppure con un master da 10000 euro?
Va detto, poi, che il pubblicista fornisce una collaborazione spesso indispensabile in tante redazioni, che contano pochissimi giornalisti iscritti all’albo e una miriade di pubblicisti altrettanto competenti.
Le ipotesi per una risoluzione vanno dall’esaurimento della categoria fino al 13 agosto, data limite entro il quale gli ordini regionali potrebbero assumere pubblicista, alla creazione di due ordini separati con due diversi esami di Stato e rispettivi regolamenti (fonte: blog del giornalista Antonello Antonelli, www.antonelloantonelli.com).
Ma in tutto questo bailamme mediatico, quanto c’è di vero? L’informazione su internet ha il pregio di essere la più libera, ma ha il difetto di non attingere sempre a fonti certificate.
Fnsi e Odg sono state tacciate di assenteismo sulla questione, ma la segreteria della Fnsi ha emesso oggi un comunicato per tentare di fare chiarezza: si parla dell’infondatezza della notizia dell’abolizione dell’ordine dei pubblicisti e si dice che “ I criteri di riforma sono sostanzialmente tre: il primo che non devono esserci limiti all’accesso alla professione, il secondo che non possono esserci tariffari obbligatori per i compensi, il terzo che l’attività di giurisdizione sulla deontologia deve essere affidata ad un organismo differente da quello a cui compete la normale amministrazione.”
Enzo Jacopino, presidente dell’Odg, impegnato ieri a seguire la conferenza stampa del premier Mario Monti, oggi tenta di far luce sul problema, sottolineando che nessuna norma prescrive l’abolizione dell’ordine e che sta circolando una parziale informazione sull’argomento.
In particolare, ciò che sembra certo, è una riforma complessiva degli ordini professionali da attuarsi entro il 2012, non è ancora specificata alcuna abrogazione dell’ordine dei pubblicisti né tantomeno la denuncia per esercizio abusivo della professione se si pubblicano più di dieci articoli senza far parte dell’Ordine.
La discussione è ancora aperta e la disinformazione, purtroppo, è ancora molta.









