Giorgio Bocca: la passione giornalistica e la contraddizione
di Chiara Tripaldi
Giorgio Bocca, una delle maggiori firme del giornalismo italiano, forse l’unica ancora vivente, si è spento il giorno di Natale, a 91 anni.
Con lui muore un certo modo di fare giornalismo, schietto, contradditorio, umorale ma acuto: queste erano le caratteristiche della scrittura e della vita di Bocca.
Nasce a Cuneo, nel 1920, si laurea in Giurisprudenza a Torino e possiamo dire che qui si ferma la parte lineare della biografia di Bocca, e inizia quella controversa.
Fu criticatissimo per essersi iscritto ai Guf (gruppi universitari fascisti), dove si distinse soprattutto per meriti sportivi, ma forse ci si dimentica che il fascismo ebbe il benestare della prima ora di molti intellettuali.
Partecipa alla Seconda Guerra Mondiale, nelle schiere degli alpini, combattendo nella Battaglia delle Alpi Occidentali insieme a Mario Rigoni Stern.
Il punto più oscuro di quegli anni è legato alla “questione ebraica”, con l’adesione al “Manifesto della razza” del 1938 e l’accusa di responsabilità agli ebrei per le sconfitte dell’Italia nel 1942: “Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli anglosassoni e della Russia; in realtà sarebbe una vittoria degli ebrei”, parole tratte da “La provincia Granda”, quotidiano piemontese.
Bocca dunque era fascista, antisemita?
La risposta rimane incerta, fino a una nuova svolta di pensiero: dopo l’8 settembre 1943, si unisce alla lotta partigiana, imbracciando il fucile in Val Grana, nelle file di “Giustizia e Libertà”.
Quell’esperienza verrà successivamente descritta con l’ingenuità del ragazzo in cerca di avventura: “quando ero giovane ero forte e avevo coraggio. Andavo in giro con il mio fucile ed ero convinto di essere immortale”.
Con la metà degli anni ’30, in pieno furore fascista, comincia la sua attività giornalistica, scrivendo per periodici locali, La provincia Grande e Sentinella d’Italia, mentre gli anni della Resistenza sono legati alla collaborazione con il giornale del nucleo di “Giustizia e Libertà”.
Dopo la guerra, l’affermazione definitiva nella “Gazzetta del Popolo”, di orientamento liberale, ne “l’Europeo” e, durante gli anni Sessanta, la consacrazione come giornalista d’inchiesta presso “Il Giorno”.
Il gusto dell’anticonformismo si rivela anche negli anni del dopoguerra, dove Bocca diventa osservatore scomodo del fenomeno degli anni di Piombo: a lui si deve la sconvolgente teoria delle Brigate Rosse come “favola eterna” e “invenzione dei magistrati”.
Bocca sostiene che “nessun militante di sinistra si comporterebbe per libera scelta in modo da rovesciare tanto ridicolo sulla sinistra”, salvo poi ritrattare dopo cinque anni, nel marzo 1980 ,dicendo che “ La polizia sapeva benissimo che i covi brigatisti esistevano” e che “la nascita del terrorismo rosso é stata tenuta a bagnomaria per costruire la teoria degli opposti estremismi”.
La sua capacità di giornalista va di pari passo con il suo essere banderuola, preda del vento che cambia, capace di mutare idea e sostenerla ogni volta con più passione della precedente.
A metà degli anni ’70, precisamente nel 1976, è fra i fondatori del quotidiano La Repubblica, avventura editoriale che l’accompagna fino alla morte: il suo grande amico e collega Eugenio Scalfari, lo definisce “un combattente che non badava ad altro che a cercare la verità, per quanto turpe”.
Altro punto critico, che non gli sarà mai perdonato, è la famigerata collaborazione con la tv di Silvio Berlusconi: dal 1983 al 1989, entrò alla Fininvest come collaboratore e autore di programmi giornalistici di approfondimento, fra cui “Il mondo del Terrore”, inchiesta sul terrorismo italiano e internazionale degli anni ’70-’80 (il programma, all’epoca, andò in onda su Canale 5, una notizia che commuove, pensando al livello di quanto trasmesso oggi da Mediaset).
Fra le interviste memorabili, vi fu quella a Bettino Craxi (“è stato il Machiavelli della corruzione mentale degli italiani. Il suo celebre discorso alla Camera: siccome rubiamo tutti, non ruba nessuno“), per il quale Bocca provò sempre una sorta di fascinazione, mai mascherata: l’intervista fu monitorata dal patron Silvio Berlusconi, poi intervistato sul tema della libertà di stampa.
Non resta traccia di quell’intervista che non fu mai trasmessa, primo segno di una collaborazione deludente per il giornalista, prima sostenitore dell’innovazione da un punto di vista tecnico-organizzativo del modo di Berlusconi di fare televisione rispetto alla tv di Stato, poi se ne allontanò, vedendo i suoi programmi surclassati persino dai quiz a premi di Mike Bongiorno.
Da Berlusconi prenderà le distanze definitivamente con l’entrata in politica: nuova presa di coscienza, nuove parole di fuoco contro l’ex premier, che descrive come “abile, furbo, da un punto di vista clinico, un megalomane”.
Non si può non ricordare, poi, l’entusiasmo leghista (dichiarò di votare per la Lega a Milano, salvo poi criticarla per la sua barbarie) e i giudizi decisamente razzisti sul Sud Italia, che lo portavano a paragonare Napoli a un “cimiciaio” e a dichiarare: ” Durante i miei viaggi – al sud – c’era sempre questo contrasto tra paesaggi meravigliosi e gente orrenda, un’umanità repellente”.
Amava stupire, Giorgio Bocca, giornalista dall’ossatura cinica, che nel suo libro sulla crisi del 2009, “Annus Horribilis”, ci ha regalato un compendio della sua visione di scrittore e di uomo, una visione pessimista con un’unica fede nella dignità dell’uomo, pur riconoscendo che il mondo si avvia all’autodistruzione.











