Alla fine sono solo numeri: il mercato dei parlamentari
di Andrea Gentili
Ha fatto grosso scalpore l’inchiesta de “Gli Intoccabili” andata in onda mercoledì in seconda serata su La 7. La trasmissione di Gianluigi Nuzzi, ha indagato sulla compravendita dei parlamentari, specie in riferimento al voto di fiducia del 14 dicembre 2010, scatenando l’indignazione del Parlamento, e soprattutto dei telespettatori. Un parlamentare ha portato di nascosto una telecamera nell’aula di Montecitorio: i peones, sicuri della riservatezza delle loro conversazioni, cascano nella trappola. «La tariffa tua quant’è?» «A vostro buon cuore hehe…».
Così inizia l’inchiesta di Filippo Barone e Gaetano Pecoraro, uno sguardo dentro la Camera, vista dagli occhi dei deputati. La questione è quella dibattuta da giorni: il vitalizio dei parlamentari, che nella maggior parte dei casi, diventa sinonimo di garanzia, la garanzia di poter vivere con una pensione milionaria appena dopo 5 anni di carica, la durata di una legislatura. Il vitalizio prende il valore di obbiettivo, perché nessuno in fondo pensa al bene del Paese, nessuno pensa all’Italia. E la talpa nel Parlamento va proprio dalle persone giuste; prima parla con “il reietto”: «Sono un reietto. Me ne sto da solo. Eh va beh. Mi dispiace per la situazione economica dell’Italia. Però… d’altra parte io sono contento che il 14 dicembre ci sia stato tutto questo scombussolamento degli ex di AN, perché se non c’era questo scombussolamento io finivo qui. Dopo io ho bisogno di un posto di lavoro… se qui non mi rinnovano io faccio il disoccupato. Mi hanno dato la garanzia della continuità, di essere rieletto dopo. Ho parlato direttamente con Berlusconi», poi smaschera Antonio Razzi, il deputato ex IDV che il 14 dicembre voltò le spalle a Di Pietro per votare la fiducia: «Io l’avevo già deciso un mese prima, figurati, mica l’ho deciso tre giorni prima. Ma l’ho detto apposta ovviamente a parlare male di Berlusconi tre giorni prima. Io avevo bisogno del vitalizio, se si votava come doveva votarsi all’inizio, il 28 marzo, io per 10 giorni non prendevo la pensione. Hai capito? Io ho 63 anni, non ho mai lavorato in Italia, che lavoro vado a fare? Io penso anche per i cazzi miei, tanto questi sono tutti malviventi e pensano tutti ai cazzi loro, perché se ti possono inculare ti inculano e pure senza vaselina, lo dico io».
E non finisce qui. Aldo Di Biagio, un deputato di Futuro e Libertà, ha dichiarato che gli furono offerti 1.500.000 euro per salire sul carro della maggioranza il 14 Dicembre, ma non è nemmeno la cifra più alta: a Luigi Muro, pure lui FLI, hanno offerto due milioni di euro. Muro, intervistato, ha negato di aver ricevuto offerte economiche, ma ha rivelato di aver parlato con Denis Verdini, deputato e coordinatore del Popolo delle Libertà, già indagato per corruzione, truffa, e associazione a delinquere, il quale gli avrebbe proposto la soddisfazione di cinque desideri, anche meglio del genio delle lampada. Nel Parlamento però si inseriscono anche acquirenti, venditori, e intermediari che sono lontani dal palazzo, come Giuseppe Graziani, imprenditore napoletano e segretario di rifondazione socialista. Il suo intento, non riuscito, è stato quello di voler formare un sottogruppo parlamentare autonomo, che per legge necessita di almeno 3 persone, che facesse una “opposizione costruttiva”: in sintesi che sostenesse Berlusconi nella fiducia. Graziani contattò Gino Bucchino e Stefano Esposito, entrambi PD, facendo il nome di Denis Verdini e chiedendo un contributo di 150.000 euro. Un generoso assegno, o in altri termini un fruttuoso investimento, perché chi versa denaro è sicuro poi di riceverne molto di più in cambio, sotto forma di indennità parlamentari, rimborsi spese, e vitalizi, dato che si ha la certezza di essere rieletti nella futura legislatura.
Di Pietro, ospite in studio, dà la colpa di tutto questo al Porcellum, la legge elettorale firmata nel 2005 dal leghista Calderoli: «Con questa legge, i parlamentari non devono rendere conto agli elettori, ma ai segretari di partito. Per questo non si fanno problemi a cambiare casacca, per questo pensano soltanto agli affari propri e ad arrivare al vitalizio, per questo l’Italia dei Valori ha raccolto questa estate 1.200.000 firme per cambiare questa legge. Se potessimo lasciare ai cittadini la scelta dei parlamentari, e soprattutto la decisione di risceglierli o meno la seconda volta, dopo averli visti all’opera, questi ci penserebbero due volte prima di vendersi». Ma come funziona questa legge? I cittadini non votano i singoli politici, ma votano il simbolo del partito, sotto il quale stanno delle liste di parlamentari: saranno poi i segretari di partito, in base ai voti presi, e quindi ai seggi guadagnati, che decideranno quanti e quali politici andranno in Parlamento; è così che il patto tra nominati e capi di partito si salda. E pur di entrare a palazzo Madama o a Montecitorio, e godere dei privilegi, i politici sono disposti a tutto, anche a pagare ingenti somme ai partiti per essere collocati in posizioni favorevoli nelle liste elettorali: c’è un vero e proprio tariffario, si va dai 100.000 euro per il traballante dodicesimo posto, ai 150.000 euro per l’ottavo posto, che ti garantisce l’entrata in Parlamento. Inoltre i deputati vanno alla Camera avendo un campo d’azione ridotto perché sono appunto scelti dai capi di partito: quando poi c’è una crisi, comincia l’azione ricattatoria degli stessi parlamentari verso i loro leader. Il sistema è immobilizzato, e rende pure gli stessi parlamentari scontenti, perché non contano più nulla e non riescono ad avere un ruolo di primo piano all’interno del partito: da qui i peones, quei deputati e senatori che stanno in Parlamento al solo scopo di votare, senza però mai essere protagonisti. Ma quel voto prende peso quando il Governo va in crisi e si deve votare la fiducia in Parlamento.
E l’onorevole Razzi lo sa, perché fu lui l’uomo decisivo per tenere a galla la barca Berlusconi, dato che Domenico Scilipoti dell’IDV, Massimo Calearo e Bruno Cesario del PD avevano già da tempo deciso di cambiare partito per appoggiare la maggioranza. Antonio Razzi, ex operaio, eletto nelle circoscrizione estera, dipietrista di ferro, antiberlusconiano convinto, sorprese tutti quel 14 dicembre: cambiò casacca, e in favore di cosa? Razzi ricattò Frattini, il quale smentisce tutto, dicendo che avrebbe votato per la fiducia se fosse stato nominato Console Onorario di Lucerna un suo amico, Alberto Grilli; fatto però alquanto insolito, perché norma vuole che sia la Farnesina a scegliere la rosa dei nomi dei consoli da nominare, su suggerimento dell’ambasciata competente, e non di un parlamentare. Due settimane dopo però il Governo ottenne la fiducia; Grilli era stato nominato console.
Intanto in Parlamento è scoppiata la bufera, con Di Pietro che tenta la manovra dell’introduzione di un nuovo reato specifico, la corruzione parlamentare, e Futuro e Libertà che vuole l’istituzione di una commissione d’inchiesta, mentre Maurizio Grassano, compagno di partito di Scilipoti, e uno degli intervistati, a sua insaputa, dalla talpa, dichiara di voler passare ad azione legale, perché «perché non si può filmare all’interno del Parlamento, e tutto è stato decontestualizzato al solo obbiettivo di infangare la reputazione di un parlamentare». Andrà a finire che il colpevole è chi ha portato la telecamerina a Montecitorio.













