Pubblicato il: mar, dic 6th, 2011

La ricetta anti-crisi di Monti: lacrime e sangue, senza equità. Ma la colpa di chi è?

di Stefania Manservigi

Il giorno della resa dei conti è arrivato e così, domenica 4 dicembre, l’Italia ha saputo in diretta nazionale il destino ad essa riservato.

Lacrime e sangue doveva essere, e lacrime e sangue è stato e sarà. Preambolo emblematico della durezza e del rigore della manovra proposta è stata la commozione del Ministro del Welfare Elsa Fornero, che si è lasciata andare davanti all’Italia a lacrime di empatia (per alcuni dubbia) per i sacrifici richiesti soprattutto sul versante pensioni. Ci sarà tempo anche per il sangue, quello degli italiani, la reazione dei quali è stata immediata e si è diffusa per il web.

Rigore ed equità erano stati annunciati come elementi imprescindibili di questa manovra salva-Italia. Rigore ed equità per uscire da questo momento di crisi nera, per evitare un fallimento e scongiurare la possibilità di trascinare con se’ nel baratro l’Europa e tutto il sistema Euro.

Già, l’Europa. L’Europa che chiedeva risposte, e che risposte ha trovato nella scure che domenica sera è caduta su tutti gli italiani.

Rigore tanto, equità poca è il caso di dirlo.

In realtà le sorprese non sono nemmeno state molte. Stretta sulle pensioni, reintroduzione dell’Ici sulla prima casa, tagli alla politica non troppo consistenti, e un’assenza che pesa e che avrebbe invece dato luce diversa all’intera manovra: la patrimoniale. Ed è proprio questo il punto saliente, che apre spazi di riflessione e dubbi dai contorni improvvisamente più reali e meno lontani. Il peso del passato recente sembra infatti gravare tutto sulle spalle di questo governo di tecnici, quasi intimiditi dall’adozione di misure non in linea con le richieste esplicitate dal Pdl. La patrimoniale infatti è sempre stata per il partito di Berlusconi il limite invalicabile, e il mancato rispetto di questo limite per il governo appena nato avrebbe voluto dire mancata fiducia. Insomma, dietro al nuovo si nasconde sempre un po’ del vecchio in questo sistema malato che sta provando a cercare la cura.

Non tutto però è da buttare, e alcuni meriti vanno senz’altro riconosciuti a Monti e ministri.

Bello il gesto del Presidente del Consiglio di rinunciare al proprio stipendio, per calarsi nello spirito di sacrificio richiesto agli italiani e aiutare lo Stato a pagare il suo debito. L’Italia legale che prova ad avvicinarsi all’Italia reale, situazione a cui non siamo più abituati e, forse, dalla fine della Prima Repubblica a oggi non lo siamo mai stati.

Apprezzabili inoltre alcune manovre volte ad alleggerire le procedure burocratiche portando un notevole risparmio nelle casse dello Stato: alcune autorities infatti saranno ridotte o soppresse. Sono previste poi tasse su elicotteri e macchine di lusso, aboliti i doppi stipendi e previsti finalmente in maniera concreta i tagli alle Province. Importante inoltre un forte segnale contro la lotta all’evasione fiscale, piaga di primo rilievo per un Paese che vuol sanare i suoi conti. E’ stata prevista infatti un’ulteriore tassazione per i capitali rientrati in Italia grazie allo scudo fiscale.

Ma il punto dolente di questa manovra, che ha lasciato sgomenti tutti gli italiani e ha delineato la mancanza di equità che ci si era riproposti, è senz’altro quello sulle pensioni. Come da premesse è stata alzata l’età delle pensioni, portata a 66 anni per gli uomini e 62 per donne. Questo per lo meno fino al 2018 quando cadrà l’ultima differenza tra uomo e donna, e si passerà dai 62 anni ai 66 anche per il gentil sesso. Gli anni di contribuzione sono stati portati a 42 per gli uomini e 41 per le donne.

Disposizioni dure, ma in linea con l’Europa. Quello che fa riflettere è più che altro un altro dato: i vitalizi dei politici non sono stati toccati. E l’equità, in questo caso, dove sta? Sempre tra i più deboli, ovviamente. Anche su questo versante come per la patrimoniale, il buon Monti ha potuto davvero poco. Qualsiasi tentativo di ritocco immediato sulle pensioni e i privilegi dei parlamentari avrebbe infatti posto il temerario Presidente del Consiglio alla mercè del Parlamento mai troppo propenso a spogliarsi di ciò che gli è stato sempre dovuto e che, con la questione della fiducia, tiene in scacco il Governo.

Insomma, è la democrazia che frega la democrazia. I rappresentanti eletti dal popolo sovrano che impediscono la possibile adozione di riforme pensate nell’interesse dello stesso popolo. Siamo di fronte all’apoteosi dei paradossi, al classico cane che si morde la coda. Il solito triste deja vu.

E se anche i sindacati si ritrovano uniti di fronte all’inasprimento delle disposizioni in materia di pensioni (caso più unico che raro), spaccato si ritrova il mondo dei partiti.

Mentre dal Pdl giunge l’appoggio al governo, seppur sottolineando la volontà di discostarsi dal ripristino dell’Ici sulla prima casa, il Pd critica duramente la presa di posizione nei confronti delle pensioni, aprendo comunque a un possibile dialogo per il bene del Paese. Posizioni più dure quelle di Lega e Idv: mentre il partito di Bossi ribadisce la mancanza di fiducia a questo governo, Di Pietro e compagni chiedono a Monti di non porre la fiducia su questa manovra, conseguenza un no secco da parte del partito di centrosinistra.

E se i politici escono quindi sostanzialmente indenni da questo gioco al massacro, un occhio di riguardo viene adottato anche nei confronti delle banche. Secondo quanto riportato sulla bozza infatti si evince che il Ministero dell’Economia “fino al 30 giugno 2012 è autorizzato a concedere la garanzia dello Stato sulle passività delle banche italiane, con scadenza da tre mesi fino a cinque anni, o a partire dal 1 gennaio 2012 a sette anni per le obbligazioni bancarie garantite”. Insomma, il tentativo è quello di non fare fallire le banche.

E così analizzando più a fondo la manovra, si scopre che si è voluto salvare proprio loro, banche e politici, i veri responsabili di questa crisi. Ma a pagare, come sempre, saranno solo i soliti noti.

Eppure, a voler analizzare più a fondo la situazione, verrebbe da chiedersi se il popolo italiano sia davvero esente da colpe. In una democrazia moderna, in cui viene riconosciuta a livello costituzionale la sovranità del popolo, può ascriversi ad esso una parte di responsabilità?

La risposta propende per il si.

Qualcuno forse ricorderà il caso Islanda, che aveva tuonato per il web qualche mese fa tra le censure dei telegiornali, facendo riflettere.

Ebbene si, infatti dopo il default del 2008 i cittadini islandesi hanno preso in mano la situazione riscrivendo le leggi fondamentali su cui si sarebbe dovuta basare la nuova società, diventando davvero sovrano e davvero protagonista. Infatti dopo il tracollo del 2008 in cui l’Islanda venne dichiarata in bancarotta, nel gennaio 2009 le forti proteste dei cittadini avevano portato alla dimissione del governo che aveva portato il paese nel baratro. Il Parlamento per uscire dalla crisi propone una manovra destinata a gravare sulle spalle delle famiglie islandesi per 15 anni, ma i cittadini non ci stanno. Chiedono che il provvedimento sia sottoposto a Referendum e, dopo lo svolgimento di questo, lo stesso provvedimento viene respinto col 93% dei consensi. L’interpol viene incaricata di rintracciare i responsabili della crisi, che vengono catturati e fatti pagare. E proprio mentre si consuma questa giustizia così insolita ai nostri occhi, viene eletta dai cittadini stessi l’Assemblea Costituzionale incaricata di riscrivere la Magna Carta costituzionale. Sembrerebbe una favola moderna, dal lieto fine.

Certo, trasportare una situazione del genere al caso italiano è improponibile, e si cadrebbe in errore. Il caso islandese è infatti una storia a se stante, dai tratti fortemente peculiari, figlia di un sistema totalmente diverso dal nostro. Il numero esiguo degli abitanti, un debito estremamente inferiore, e la non appartenenza dell’Islanda ad un’organizzazione sovranazionale dal destino fortemente intrecciato sono da soli elementi di differenza non trascurabili. Ma abbiamo parlato di favola, non a caso, e se di favola si tratta è chiaro che si possa trarre da questa vicenda una morale.

La vicenda islandese deve insegnarci che una crisi può diventare seme di democrazia autentica. La crisi può unire ciò che è stato sempre diviso, e rendere quella consapevolezza che da sola regala la sovranità al popolo.

Troppo spesso in Italia infatti è mancato questo ingrediente, a causa di una mentalità troppo passiva e remissiva, del lavaggio di cervello messo in atto da televisioni sempre più lontane dall’informare e sempre più interessate al trash. Questa crisi economica infatti può dirsi figlia di una crisi sociale più profonda, nata dalla disinformazione, dall’ignoranza, dalle vedute ristrette che non permettono di allungare lo sguardo al di là del proprio orticello. La società dello status symbol, dove l’apparenza vince sull’essenza, l’estetica sulle idee.

Ora però è troppo tardi, ed è arrivato il momento di piangere. Speriamo almeno, questa volta, di piangere con consapevolezza. Almeno in chiave futura.

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