Pubblicato il: dom, dic 4th, 2011

Giobbe

di Matteo Menghini

Il libro biblico di Giobbe ha ispirato scrittori di ogni tempo e cultura. Quando Girolamo si accinse a tradurre Giobbe in latino, formulò un paragone che esprime la difficoltà di ogni studioso nel tentativo di spiegare e comprendere questo testo.

«Spiegare Giobbe è come tentare di tenere nelle mani un’anguilla o una piccola murena; più forte la si preme, più velocemente sfugge di mano»[1].

L’affermazione di Girolamo equivale ad ammettere un’impotenza interpretativa (G. Ravasi). Chiunque cerchi di darne un’interpretazione definitiva e assoluta, commette un grave errore. Giobbe sembra dunque sfuggire ad ogni tentativo di esegesi. In ciò risiede anche il suo fascino.

Fra gli scritti dell’Antico Testamento Giobbe è quello che ha descritto meglio il dramma della sofferenza umana, un dolore acuito dal silenzio di un Dio che, dopo esserne stato il responsabile, appare incapace di porvi rimedio.

Molti esegeti ritengono che la forma attuale del libro di Giobbe sia l’esito di un lungo processo redazionale. Il prologo (cc. 1-2) e l’epilogo (c. 42,7-17) servono da cornice alle conversazioni[2] tra il protagonista e i suoi amici e all’intervento di Dio[3] (secolo V a.C.). Il testo è stato ultimato nei secoli IV-III a.C. con due importanti integrazioni: la figura di Eliu (cc. 32-37) e l’inno alla sapienza divina (c. 28).

Questa interpretazione viene oggi rifiutata da quanti suggeriscono una comprensione unitaria e globale, rispettosa dell’intreccio e della struttura finale del testo (cfr. D. Attinger, H. Gross, J. G. Janzen, W. Vogels). È a questi che noi intendiamo riferirci.

Non bisogna poi dimenticare che Giobbe fa parte dei cosiddetti libri sapienziali, un gruppo di scritti ispirati che si distinguono per un’autentica e avvincente ricerca della sapienza (in ebraico hokmah) concepita come senso della vita. Un’esistenza trascorsa nel rispetto di un rigoroso principio di retribuzione (che contempla la ricompensa per i giusti e la punizione per i malvagi) conduce alla felicità. Il protagonista del nostro racconto protesta, però, contro un Dio e una vita umana

«ingessati dall’immutabile e statico dualismo premio-castigo»[4].

Molto probabilmente l’opera fu realizzata nella piccola provincia di Giudea, nelle immediate vicinanze di Gerusalemme. Gli studiosi pensano che l’autore del prologo, dell’epilogo e della parte in poesia (cc. 3-31; 38,1-42,6) possa essere un gerosolimitano attivo nella seconda metà del V secolo, in seguito alla fortificazione della città da parte di Neemia (444 a.C.).

L’esilio (del popolo ebraico?) non è stato solo un periodo di forte smarrimento, ma anche di risveglio religioso. Il post – esilio è quindi contrassegnato da una rinascita e riconsiderazione dell’esperienza di fede in Jahweh, soprattutto nell’ambito dei movimenti sacerdotali e sapienziali. Potremmo collocare la figura di Giobbe proprio su questo sfondo. Il tentativo di spiegare la triste esperienza dell’esilio coinvolge anche il problema della retribuzione.

Il principio della retribuzione valuta la relazione uomo-Dio alla luce della teoria del do ut des, “do perché tu mi dia”. In questa prospettiva l’uomo agisce rettamente e dona qualcosa a Dio per avere da lui il bene. Il Signore ricompensa i giusti e punisce gli empi in proporzione al bene o al male da loro compiuto (cfr. Dt 28; Lv 26). Ne consegue, però, una religiosità fortemente disinteressata alla gratuità.

La felicità è, dunque, il compenso che Dio dà a colui che osserva i suoi comandamenti e ama il prossimo. Il dolore e la sofferenza sono, invece, il castigo per il peccato (personale o famigliare). Perciò chi commette peccato è destinato a soffrire e chi soffre è perché ha peccato (cfr. Ez 16; 20; 23).

Sin dall’esilio alcuni hanno contestato questo principio teologico, parlando di responsabilità personale (cfr. Ez 18) o affermando la colpevolezza e l’ingiustizia di Dio (cfr. Is 40,27; 49,14-16). L’autore di Giobbe condivide questa linea di pensiero e propone a sua volta un’ipotesi teologica (G. Cappelletto):

«L’uomo e Dio s’incontrano nella sofferenza, senza eliminarsi, accusandosi a vicenda di essere i responsabili della sofferenza del giusto innocente!»[5].

Per poter comprendere appieno il libro di Giobbe bisogna tener presenti il genere letterario e la tecnica narrativa adoperati. Molte sono le ipotesi a riguardo: c’è chi ha parlato di dramma e di processo giudiziario, chi invece di una disputa tra sapienti e di una lamentazione. Dal nostro punto di vista è illuminante la tesi avanzata da L. Alonso Schökel. Giobbe è la riproduzione di una vicenda umana che si basa e nasce da un’esperienza di dolore. All’interno di questo dramma confluiscono, poi, diversi generi letterari come il rib, la lamentazione, l’inno, la disputa, la teofania, etc.

«Il libro di Giobbe è un dramma con pochissima azione e molta passione. È la passione che un autore geniale, anticonformista, ha infuso nel suo protagonista. Allontanandosi dalla dottrina tradizionale della retribuzione, ha opposto a un principio un fatto, a un’idea un uomo»[6].

La posizione che Giobbe occupa nel canone veterotestamentario – dopo il libro dei Salmi – non è certo casuale. Il libro di Giobbe riprende, infatti, i principali generi letterari del Salterio: il lamento e l’inno.

È opinione degli studiosi che Giobbe non racconti fatti realmente accaduti, ma che dica cose vere a proposito della sofferenza del credente. Per quanto riguarda la struttura del testo, osserviamo la presenza di un prologo (cc. 1-2) e di un epilogo (cc. 42,7-17), entrambi scritti in prosa. Essi costituiscono la cornice narrativa dei dialoghi (cc. 4-27), composti invece in poesia. Si tratta di tre conversazioni fra Giobbe e i suoi amici (Elifaz, Bildad e Zofar), a cui seguono un inno alla sapienza (c. 28), un monologo (cc. 29-31), l’intervento di Eliu (cc. 32-37) e il dialogo del protagonista con Dio (cc. 38-42,6).

Nel prologo assistiamo alla progressiva rovina di Giobbe, che di volta in volta perde il bestiame e i figli. Infine è colpito nel corpo da una piaga maligna. A questa sciagura i vari personaggi reagiscono in maniera differente. La moglie, definita «stolta» dallo stesso protagonista, cerca d’indurre il marito a maledire Dio e a ribellarsi a Lui (cfr. 2,9). Gli amici, giunti da lontano per «confortarlo e consolarlo» (2,11), non gli rivolgono parola perché capiscono che «molto grande era il suo dolore» (2,13). Giobbe sceglie di non maledire il Signore (cfr. 1,22) e afferma che se Dio è colui che dà e che toglie (cfr. 1,21) l’essere umano è colui che accetta (cfr. 2,10).

La parte centrale è caratterizzata dalla tensione fra gli amici, Giobbe e il silenzio/assenza di Dio. Consideriamo più da vicino il punto di vista di ciascuno. Elifaz, Bildad e Zofar difendono fino all’ultimo il principio della retribuzione, in base al quale il Signore ricompensa sempre i giusti (cfr. 5,17-26; 8,5-7) e punisce sempre i peccatori (cfr. 4,7-11; 7,8-19). Il protagonista in un primo momento rigetta l’interpretazione che gli amici hanno fatto della sua condizione (cc. 6-7), poi desidera confrontarsi con Dio (c. 9), certo della propria innocenza (c. 13). Il Signore non apre bocca e ascolta le parole di Giobbe. Il silenzio e l’assenza di Dio appaiono come la prova della sua responsabilità nella sofferenza che ha colpito l’uomo (cfr. 6,4-13; 7) e del suo disinteresse nei confronti della terra (cc. 23-24). Giobbe accusa Dio di non essere per nulla buono (cfr. 7,7-21; 10,1-22), santo (cfr. 13,20-14,22) e sapiente (cfr. 24,1-12), come invece sostiene la teologia tradizionale. Il contrasto con Dio è, però, frenato dalla comparsa di Eliu (cc. 32-37). Secondo quest’ultimo il dolore è lo strumento attraverso cui l’Onnipotente fa maturare gli uomini. Per questo motivo esorta Giobbe al silenzio adorante. È il silenzio a colmare la sproporzione infinita tra l’uomo e Dio che scaturisce dal testo (cfr. 40,4-5).

La prova – sofferenza conduce Giobbe a sperare che il Signore sia diverso da quello rivelato dalla religione ufficiale di quel tempo. L’intervento di Dio sembra concretizzare la speranza del protagonista (cc. 38-41): non opprime Giobbe, né lo ferisce, al contrario lo sprona a compiere un ulteriore passo, lo invita a conoscerlo nella sofferenza, conscio dei propri limiti spazio – temporali. Dio stesso lo sfida a sostituirsi a Lui nel governo del mondo e della storia, dimostrando, se n’è capace, di essere migliore (cfr. 40,7-14). Giobbe sembra aver capito la lezione e sceglie così di restare in silenzio (cfr. 40,4-5). In questo modo Giobbe e Dio s’incontrano e si conoscono reciprocamente. Ora il protagonista può accettare il proprio dolore perché amato dal Signore (cfr. 42,1-6) e partecipe del suo progetto di salvezza. La vera sapienza, dono del Signore a quanti lo temono e non compiono il male, è la gratuità con cui Dio si rivolge a tutte le sue creature. Giobbe, dunque, pur non avendo compreso tutto, sa di essere al sicuro (C. Doglio).

Nell’epilogo Giobbe viene ristabilito «nella posizione di prima» e, poiché ha parlato di Dio secondo la verità, gli viene reso «il doppio di tutto quello che già gli era appartenuto» (v. 10).

Il biblista G. Cappelletto ha immaginato che l’intera vicenda si svolga su un palcoscenico in cui compaiono i diversi personaggi. Giobbe, la moglie e i tre amici (Elifaz, Bildad e Zofar) occupano la scena centrale, che lo studioso definisce “primo piano o piano terrestre”, in cui essi vivono e dialogano. Esiste però un “secondo piano”, quello del cielo, per gli uomini non percepibile. Qui sono ambientate alcune parti del prologo e i dialoghi fra Dio e Satana[7] (cfr. 1,6-12; 2,1-6). Il Signore osserva dall’alto lo svolgersi dei fatti, ma Giobbe non lo può né vedere né sentire fino all’atto finale (cc. 38-41). Dio sembra quasi assente: interpellato non risponde, ricercato non si fa trovare (cfr. 23,8-9). Come ha giustamente rilevato L. Alonso Schökel, noi lettori non possiamo essere semplicemente spettatori:

«La sacra rappresentazione di Giobbe è troppo poderosa per ammettere lettori indifferenti: chi non entra nell’azione con le sue risposte interne, chi non prende parte appassionatamente al dramma, non lo comprenderà, e il dramma stesso, per sua colpa, resterà incompleto [...]»[8].

,Bisogna inoltre ricordare che il libro di Giobbe non è un trattato di teodicea, né una generica riflessione sulla sofferenza. Esso piuttosto ci presenta il vissuto reale e concreto di un uomo. Si tratta di un percorso di fede, intrapreso e maturato a partire da un’esperienza di dolore, da cui lasciarsi coinvolgere. Vedendo il dramma di Giobbe, non è possibile rimanere indifferenti. Il testo dunque non offre una soluzione definitiva e universale al problema del male. Ognuno è invitato a compiere un proprio cammino e ad elaborare una risposta personale. Questo perché ciascuno di noi reagisce in maniera diversa al dolore: persone colpite dallo stesso male, non soffrono con la stessa intensità.

Il monaco Divo Barsotti propone invece un’interpretazione più strettamente teologica del problema. Sebbene anch’egli ammetta che il libro di Giobbe non dà alcuna risposta al perché della sofferenza, è però convinto che esso mostri quale atteggiamento l’uomo debba assumere. Noi non possiamo che rassegnarci all’agire di Dio che razionalmente non comprendiamo, ostinandoci ad avere fiducia nella sua sapienza e credendo che egli agisca sempre secondo verità e giustizia. Il Signore non ci sottrarrà mai alla persecuzione e alla morte. Lo stesso Gesù invoca il Padre, che però non accoglie la sua richiesta di sottrarlo alla prova suprema del sacrificio (cfr. Mt 26,39). Di fronte al silenzio di Dio, il Figlio continua la sua preghiera dicendo: «Non la mia, ma la tua volontà si compia» (Lc 22,42). Infine anche Gesù deve accettare la morte.

Chi pensa di poter capire davvero l’agire di Dio, si sbaglia:

«Tu non puoi capire il Signore, tu devi umilmente accettare; alla luce della fede devi arrenderti e dire a te stesso che proprio se resti in silenzio dinanzi a lui, senza comprenderlo, Dio rimane Dio. Se tu lo comprendessi, non sarebbe più Dio, perché sarebbe giudicato da te; saresti tu a determinare che egli è giusto, mentre è lui il fondamento della giustizia, è lui la giustizia. Se noi ci accostiamo a Dio da veri credenti, dobbiamo accettare di lasciarci sconvolgere, lasciarci “convertire”»[9].

L’uomo non può comprendere il Mistero. Tuttavia egli deve credere in Dio. Questo riteniamo sia il principale insegnamento di Giobbe.


[1]

[2] Cc. 3-27; 29-31.

[3] Cc.  38,1-42,6.

[4] G. Cappelletto, Giobbe – L’uomo e Dio s’incontrano nella sofferenza, Messaggero, Padova, 2005, p. 7.

[5] Ibidem, p. 9.

[6] L. Alonso Schökel – , J. L. Sicre Diaz, Giobbe. Commento letterario e teologico, Borla, Roma, 1985.

[7] In Giobbe Satana non è contrapposto a Dio, anzi insieme ad altri angeli è servitore di Dio.

[8] Ibidem.

[9] D. Barsotti, Meditazioni sul libro di Giobbe, Queriniana, Brescia, 2001, p. 14.

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