Pubblicato il: ven, nov 25th, 2011

Warrior, muscoli e cervello

di Matteo Molon

Il film di Gavin O’Connor si candida ad essere uno, se non il migliore, film di questo fine 2011, per l’intensità della realizzazione e di una storia che, finalmente, fa trovare densità, contenuti e fruibilità alla maggior parte del pubblico, almeno a livello inconscio, senza bisogno di un estenuante ragionamento per individuarli distintamente.

Porta a chi ha acquistato il biglietto uno spettacolo che ripaga del denaro speso, a volte eccessivo per film che non hanno niente a che vedere con il concetto di rilevanza culturale.

I temi e i messaggi lanciati sono importanti e si riescono a comprendere nella loro interezza, ed essenzialmente sono i seguenti: la vita, la lotta (morale e fisica), la famiglia e le difficoltà, impersonificate in altre tematiche quali la crisi economica e le ultime, impopolari, guerre occidentali nelle zone calde del pianeta.

Parte del concept riguarda la divisione familiare causata dal dolore-dipendenza (alcolica) del padre, che, sottoforma di sfogo, viene gettato e trasmesso ai figli (due fratelli) e alla moglie-madre, causando la divisione, disgregazione e annullamento della famiglia.

Il resto concerne, per un secondo strato, il combattimento sul ring della vita, atto a ricomporre i cocci infranti, mentre, per un primo strato, il combattimento contro i propri fantasmi.

Si consideri l’uomo cattivo come un prodotto d’essi, un innestarsi delle paranoie nel carattere che toglie il fiato, annullando la vita e il volerla, usando come mezzo d’entrata le debolezze e le insicurezze, date da questioni mai risolte, un passato mai affrontato con coraggio, di petto.

Le paranoie aggrovigliano catene attorno al corpo del malcapitato, trascinandolo per terra nella depressione della bassezze umane, luogo dove la reazione per cercare di liberarsi può essere uno strattonare folle, senza senso, di calci e pugni, il caso del fratello Tommy, o un comportamento più consapevole, controllato e tecnico, maggiormente astuto, lo stile del fratello Brendan.

In ambedue i casi ”le palle” non mancano, ma il punto di svolta dipende da come si dirige la rabbia, se positivamente o nocivamente.

Il saper fare la prima cosa è conseguente ad un crederci maggiore, rispetto a chi comunque già è deciso nel voler cambiare la propria situazione.

Questa prima persona si esprime completamente, arriva fino alla fine, e prende tutto quello che di più importante voleva prendere fin dall’inizio, e l’essere ”tecnici” aiuta.

Il confronto vola direttamente al capostipite del genere, l’intramontabile Rocky, avendo però di fronte, in codesto caso, delle vicende più concrete e cruente, meno ”da favola”.

Semmai, sono combattimenti simili a quelli raccontati in Moby Dick, libro citato di continuo assieme alla figura del capitano Achab, quasi a voler urlare: ”la chiave di lettura, la dimensione morale del film è lì che la dovete cercare”.

É una storia di durezza, ruvidità dell’esistenza e degli allenamenti a cui sottopone, doverosi per migliorare, e ai lati del carattere che ne possono conseguire.

Insegna come il lottare possa essere istintivo e brutale oppure ragionato ed elegante, ma sempre spinto da passione e impeto per l’azione compiuta.

Dimostra come, nonostante il valore di ambedue le tipologie, quella vittoriosa però è la seconda, più confacente alla natura dell’essere umano, maggiore stile; ognuno, sin dalla nascita, ha l’intelligenza e le possibilità per concepire questa caratteristica ed esprimerla.

Fulcro dei punti appena discussi è la lotta che ogni persona fa per cercare d’essere amata, da chi ritiene importante, il provare d’essere meritevoli d’amore, dentro la storia in prospettiva familiare e d’amicizia.

Un lotta corpo a corpo contro il freddo che circonda se stessi, il quale a volte ha bisogno del confronto, aiuto d’altri per esser frantumato ed eliminato.

I due fratelli e il padre si ritrovano combattendo fisicamente, perché sono le arti marziali la loro passione, dove sta il calore; sfidandosi con i corpi si mettono in comunicazione, è come se stessero parlando dicendo le cose in faccia, senza riserve.

Le MMA (Mixed Martial Arts) sono i lacci che stringono nuovamente i percorsi di padre e figli.

Le svolte poi non accadono per nulla, e la capacità di voler bene, dimostrata direttamente o indirettamente, è frutto di un percorso di maturazione, evidente nel progressivo cambio di atteggiamenti, nelle diverse parole usate e nei differenti movimenti degli attori, lungo tutta la durata, la parte finale è al lato opposto di quella iniziale.

In termini più diluiti a logicamente adattati, ciò riguarda anche il senso di protezione, il badare alle persone care di Tommy e Brendan.

Il padre è semplicemente un uomo molto stanco, che solo dopo anni e anni inizia a rendersi conto dei grossi errori e a cambiare a piccoli passi.

Tematiche quali la crisi e la situazione di reduce di guerra, allontanatosi volutamente dall’orrore vissuto, di Tommy, gettano addosso il concetto dell’inutilità di questioni che non hanno ragione d’essere, provenienti solamente da un egoismo umano che trova, anch’esso, origine nelle parole sulla paranoia prima portate.

L’essere umano è già pieno di pieno di problemi personali, per le difficoltà provenienti dal relazionarsi, visto che ha caratteristiche e bisogni diversi, e quindi non c’è bisogno di ulteriori elementi dannosi.

C’è, bensì, la necessità di una gestione più chiara e consapevole dei dubbi e dei dolori personali: il non ragionare, il non affrontarli darà luogo solamente a una irrazionalità dilagante e deleteria.

Grande è la fotografia, l’immagine, soprattutto quelle dei protagonisti con nello sfondo la città notturna e le sue luci, definite o sfocate.

La caratterizzazione delle personalità è vibrante, ricca e differente.

La musica impersona una grandissimo ruolo, è bellissimo il valore di compagna/amica che le viene dato, e non sono mai pezzi leggeri, pop per adolescenti festaioli.

Bensì note profonde, quelle che sanno radicarsi in ognuno, accompagnandolo, supportandolo nei momenti belli e brutti quotidiani, sia normali che eccezionali, ancor più quando quest’ultimi arrivano a diventare parte della normalità.

La pellicola è un brano folk di Bob Dylan, con nella parte finale assoli di chitarra di Slash, assieme ad arrangiamenti orchestrali di musica classica.

La felicità e l’amarezza in Warrior sono luci delle industrie frantumate e sparse nelle mente inquieta dei protagonisti, a cui fa da sfondo la musica appena raccontata.

Come il gusto della vita fosse tutto nell’andare a terra per rialzarsi ancor più di quando si è andati giù, ovvero la sfida, le sfide personali.

Versus se stessi.

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