Elezioni tunisine: via del fallimento o primo passo per la democrazia?
di Stefano Capponi
Si sono svolte in Tunisia le elezioni per comporre l’Assemblea Costituente, dopo la cacciata del dittatore Ben Alì, e la rivoluzione che prima di tutte ha dato origine all’insieme delle rivolte appartenenti alla Primavera Araba.
Nel periodo successivo alla Rivoluzione, prima Mohamed Ghannouchi, poi Fouad Mebazaa hanno provato a governare il Paese come Presidenti, nel periodo di transizione tra la fuga di Alì in Arabia Saudita, e le elezioni del 23 ottobre 2011. Nonostante qualche ribellione e qualche disordine collegati a determinate scelte politiche, generalmente le cose sono andate abbastanza bene, e, soprattutto con Mebazaa, si è riusciti nell’intento di organizzare nuove elezioni multipartitiche, e di far sì che le campagne elettorali si svolgessero in un sistema abbastanza trasparente e democratico.
Questo si può già dire un successo del cambiamento che si è avuto in Tunisia, unito al fatto che, durante l’affluenza ai seggi, non vi siano stati problemi di alcun tipo. L’affluenza si è dimostrata molto alta, e questo significa che la stragrande maggioranza dei Tunisini è contenta di essersi liberata del totalitarismo in cui viveva.
Le controversie, tuttavia, sono giunte subito dopo il lento conteggio dei voti, e il risultato delle elezioni.
In partiti principali in corsa erano: An-Nahda, partito di centro-destra, più liberista in campo economico, ma soprattutto non laico: per An-Nahda la fede islamica è qualcosa che fa e deve far parte della vita pubblica e delle scelte per la polis; i partiti di centro-sinistra: il Partito Democratico del Progresso, di centro-sinistra moderato, Ettakatol, realmente socialdemocratico, il Polo Democratico Modernista, che corrisponde in molti aspetti ai nostri “Radicali”, così come il Congresso per la Repubblica; il Partito Comunista di estrema sinistra; Al-Watan e L’Iniziativa, partiti di estrema destra, i più nostalgici del regime di Ben Alì.
Il primo problema post-elezioni è stata la vittoria, più larga di ciò che ci si aspettava, di An-Nahda. Infatti, mentre i sondaggi l’accreditavano al 25%, An-Nahda è arrivato circa al 40, guadagnando ben 90 dei seggi nell’Assemblea. An-Nahda afferma pubblicamente di non ispirarsi ai partiti islamisti estremi, e di non volersi rifare alla politica saudita o a quella iraniana; piuttosto, An-Nahda dice di guardare agli islamici moderati dell’unico esperimento di democrazia almeno parzialmente riuscito in Medio Oriente, e cioè a quelli di Erdogan, Capo del Governo della Turchia. Sarà vero anche nei fatti o ci troveremo davanti a qualcosa che renderebbe quasi vane le morti di centinaia di persone per la libertà?
Molti quotidiani e opinionisti occidentali, conservatori e osservanti con superiorità e leggero disprezzo le rivolte arabe, già affermano che, come pensavano, la Primavera Islamica non si rivela altro che una bufala, fin da subito. In effetti, An-Nahda è per la poligamia, e questa è ovviamente una sconfitta per la donna. Una influenza islamica potrebbe portare ad avere una minore apertura verso il Mondo, una minore apertura ai diritti civili (es. la minima libertà degli omosessuali, che, nei Paesi islamici, sono sottoposti a condizioni spaventose), e al contempo una politica estera possibilmente problematica nei rapporti con l’Occidente, che tali rivolte non ha ostacolato, e a volte ha anche aiutato. Tuttavia, questo senso di superiorità dovrebbe attenuarsi, se si ragionasse con maggiore senso della misura. Infatti, nessuno che non abbia una conoscenza della storia e della politica superiore a quella di un bambino di sette anni, potrebbe credere che un popolo, uscito da un lungo periodo di regime, arrivi alla democrazia sic et simpliciter, soprattutto non avendo grandi precedenti. Il realismo ci impone di aspettarci un gradino alla volta, e non immediati fuochi d’artificio, perché questo succede solo nei film.
In secondo luogo, anche in Italia, dopo il fascismo, aveva vinto la Democrazia Cristiana, un partito cattolico che si diceva moderato, esattamente come An-Nahda nel campo islamico, e man mano si è andati verso una laicizzazione, ancora assolutamente in alto mare, della politica. E’ importante inoltre considerare che Ghannouchi, leader di An-Nahda, non abbia rivendicato per sé alcun posto, ma abbia conferito quello di Primo Ministro al segretario del partito Hamadi Jebali, e abbia contattato, per quello di Presidente, membri del precedente Governo e addirittura del maggiore partito di opposizione, il CPR.
Secondo punto che ha fatto storcere i nasi, è stato quello dei disordini a Sidi Bouzid. In questo momento è scattato il coprifuoco, ed è assaltato il Governatorato: anche l’esercito è dovuto intervenire. Tuttavia, bisogna vedere qual è il merito delle proteste. Esse si sono accese in quanto Petizione Popolare, un movimento molto giovanile, è stato cancellato in sei circoscrizioni, e si stanno estendendo anche in altre città, in maggioranza in maniera pacifica.
Come si è detto, dunque, bisogna aspettarsi un gradino alla volta, perché la democrazia non è una cosa facile da conservare, figurarsi da costruire. Un gradino è stato fatto, anzi due. Il prossimo, spetta ancora al popolo tunisino, ed ora anche alla sua politica.











