Scarface: il mondo è di chi sfacciatamente se lo sa prendere
di Matteo Molon
“Scarface” ricorda il game over di un videogioco, quando il personaggio che ci rappresenta nel mondo virtuale, partito dall’essere quasi invincibile, si ritrova a dover combattere contro un’orda di nemici tutto solo, senza nessun tipo di aiuto e nemmeno molte armi. Ora, realisticamente, davanti a così tanti avversari la vittoria risulta un po’ improbabile.
Esso può vincere però in altro modo, moralmente, la sua vittoria morale risiede nello sprezzo del pericolo, nell’attitudine, nel coraggio e nel carisma da leader che metterà nella battaglia senza via d’uscita, lasciando ai posteri il mito, il ricordo, l’immagine e l’immaginario che di lui si avrà, per il carattere imperiale del comando e della vita.
Al Pacino è epico, impersona nell’imperfezione e nella perfezione criminale quest’espressione dell’essere umano, donando al mito la figura del celeberrimo gangster Tony Montana. E’ l’ascesa e la discesa di una leggenda.
La pellicola non porta moralismi a chi la vede, bensì focalizza l’attenzione sul fatto che la voglia di emergere, di far successo non guarda in faccia niente e nessuno, elimina a priori chi è d’ostacolo, sia certo che presunto.
La fame, la rabbia piantano le loro profonde radici nella personalità e nel carattere dell’uomo, facendolo emergere in qualsiasi modo, perché la voglia di fare, la sua potenza, anche se con mezzi antitetici alla giustizia, fa comunque salire in alto, smuovere dal liquido lacustre dove ci si trova, nel percorso si deve aver la mente chiara come in origine, sapendo quel che si vuole, quel che si sta facendo e dunque quel che si vive, la dimensione delle cose. Se si mantengono le mani ferme sugli obbiettivi e i piedi saldi sulla strada si capirà successivamente che i metodi utilizzati hanno comunque il loro carattere nefasto, siccome sono contro l’essenza dell’azione principalmente compiuta: una crescita, un miglioramento delle proprie condizioni.
Il suddetto caso è quello di chi prima cambia la concretezza del pensare e dell’agire e poi la morale, l’altra tipologia riguarda la situazione opposta, chi ribalta la morale e poi la pratica.
Tony Montana è un personaggio pragmatico, dal pensiero freddo e dal muoversi ardente, spregiudicato, amante della propria persona e del proprio ego, sia per incidere ma soprattutto per risplendere di luce propria, come una stella, senza il bisogno di altri.
Il suo motto ne è la limpidissima manifestazione e conferma: “The World is Yours” (“Il Mondo è Tuo”), la vita, piena, può esser unicamente la propria, per brillare bisogna esser capaci di riempirla da soli, facendo, agendo. Antonio Montana incarna il Sogno Americano, e lo sottolinea con la sentita avversione contro i “comunisti cubani”, di cui dice “ti dicono sempre quello che devi pensare, quello che devi fare”, e “come si può vivere con soldati che ad ogni angolo delle strade controllano ogni cosa che fai!?”.
Incarna quella sfumatura di American Dream più “anarchica”, cerca non la libertà in senso comunitario e civile, ma una libertà personale, che permetta alla sua infinita persona di agire indisturbata, nel caso lo ritenga giusto, e di non fare, nel caso contrario; è quel significato di libertà tipico chi è stato oppresso, di chi ha un fortissimo carattere è nonostante è stato limitato, non da un altro, ma da una moltitudine. Questa sua forma di uomo libero si configura come una specie di vendetta sulla moltitudine.
Al Pacino è nei panni di un immigrato cubano, che, nel 1980, in seguito all’“Esodo di Mariel’” si ritroverà a Miami, assieme a un amico conosciuto in carcere, diventando poi uno dei più grandi boss del traffico di cocaina. Montana negli Stati Uniti vede una terra di speranza e di opportunità, la sua figura suscita rispetto per la caparbietà e il carattere, per “le balle” e la “parola propria” che con potenza e virilità sa tirar fuori, rispettare e far rispettare, il film è maschio, virile, da veri duri.
Ma Tony poi sbaglia, sbaglia perché arrivato in alto, invece di capire l’importanza delle sue capacità, continua ad incanalare la rabbia negativamente, usandole di conseguenza male e macchiandole; esse nei loro concetti son indipendenti dai significati di giusto e sbagliato, cambiano invece gli effetti, in base a come le si declina.
La rabbia è il punto cruciale del discorso, la rabbia è la forza che istintivamente e primariamente esce fuori dalle persone a cui è stata tolta l’aria da respirare, ovvero la sua precedente esistenza in quel di Cuba.
Arrivato alla condizione donante un minimo stato di benessere, avrebbe dovuto, a quel punto, equilibrare la rabbia con le altre forze che innalzano l’uomo: incanalandola positivamente, essa probabilmente sarà per sempre la sua prima spinta, ma dopo la fase animalesca vi deve essere l’evoluzione in quella più umana, maggiormente da uomo buono; un situazione che pare rifarsi alle teorie di Rousseau, le quali dicono che l’uomo è appunto buono finché non viene a contatto con altri suoi simili e associandosi si incattivisce, il raggiungimento di buone condizioni di vita dovrebbe far tornare a uno stato naturale d’umana bontà.
Tony nel profondo non è un uomo cattivo, lo si vede, ad esempio, quando impedisce fulmineamente l’uccisione di una persona scomoda, perché essa è assieme alla moglie e ai due figli piccoli, è un uomo schiacciato, deviato e snaturato dal contesto in cui ha vissuto, un contesto fatto più che da ideali, da una dittatura, manifestazione delle paranoie, un governo che di politico ha niente, privato delle vera essenza ispiratrice delle idee d’uguaglianza e giustizia sociale di Marx ed Engels, le quali sono state strumentalizzate da infami egoismo e ignoranza, e che applicate agli organi governanti un popolo hanno avuto conseguenza deleterie e devastanti.
Le cose dette non giustificano nulla, ma servono per spiegare: Tony non riesce a liberarsi dal peso dei fantasmi che hanno martoriato la sua anima. Dando continuamente un sapore dalla risaltata amarezza al suo vivere gli impediscono di comprendere le bellezze della vita, e di far quindi quel passo verso la positività che porta ad un uso giusto e benevolo delle potenzialità personali.
Nel non farlo spezza la linea crescente e inizia la sua parabola discendente, è qua che le ossessioni lo fanno tornare giù, nel luridume, ma non riescono comunque a vincere, perché Scarface (letteralmente “volto sfregiato”, riferimento alla cicatrice che Tony ha sul volto) ha lasciato il suo segno indelebile, che sa di perfezione e d’imperfezione, nel suo modo ce l’ha fatta e non sono riuscite a farlo completamente loro, ovvero impedire qualsiasi grande espressione e successo.
Il bilancio che si ha è di un uomo che partendo da una vita al negativo ha cercato di arrivare ad una al positivo, ciò implicherebbe, come detto, pure un eguale cambiamento nel modo di comportarsi, ma il senso di libertà anarchico e lo smisurato ego, assieme alle paranoie, glielo impediscono, spezzando a metà il legno, seppur duro, del suo albero di vita. Non riesce a comprendersi fino in fondo, ad andar oltre gli ultimi limiti, valorizzando con ancora più volontà, come avrebbe dovuto, le capacità, ecco l’errore fatale.
Due ulteriori e fondamentali aspetti, per la resa della film, sono l’ambientazione e la colonna sonora.
L’ambiente di Miami è eccezionale per una pellicola del genere, tale peculiarità dà una buona fetta del gusto: la bella vita, le affascinanti donne, gli uomini sfacciati, le ville, le auto, i soldi, i vestiti, i gioielli, lo champagne, i locali e balli di lusso, la musica dance più effervescente, un insieme di cose che concerne l’immaginario dei gangster della droga, è puro fascino oscuro, puro piacere e lussuria.
Lo skyline al tramonto di Miami, città di luci artificiali e naturali, nella scena in cui Montana va a trovare la madre e la sorella, e lo stesso, notturno, quando se ne va, ne sono la più bella rappresentazione.
Oliver Stone, lo scrittore/sceneggiatore, e Brian de Palma, il regista, assoldano per i temi musicali Giorgio Moroder, musicista italiano che di scena club, elettronica & italo-disco anni ’80 ne sa, uno dei massimi esponenti, come si suol dire. Esso riesce a creare un sound elettronico che esalta l’esser il film a metà tra la realtà reale e la realtà immaginata, virtuale.
Sarà anche per questo motivo che il videogame best-seller “Grand Theft Auto: Vice City” è ispirato al mito di Tony Montana e del mondo che lo circonda; ricercato, per la classe e lo stile, e popolare, per il pragmatismo caratteristico del personaggio.
Come il protagonista, anche la pellicola ha dalla sua la vittoria: dal 1983 vive impressa nel pubblico, tramandata di generazione in generazione.
E’ proprio il caso di dirlo: “le Leggende non muoiono mai”.











