E tu, Ministro Mara Carfagna, "dove glielo metteresti"?
di Giuseppina Biundo
Attraverso i media veniamo costantemente e incessantemente bombardati da una miriade di messaggi contenenti immagini piene di riferimenti a sfondo sessuale.
Oggetti di uso comune, alimenti, automobili e profumi ci vengono consigliati mediante il loro accostamento al corpo femminile. Risultato: un incremento delle vendite, quasi fosse una logica conseguenza.
Senza contare che nella maggior parte dei casi le immagini e gli slogan non hanno alcun nesso con il prodotto che devono sponsorizzare, ma il legame viene creato mediante l’uso di volgarissimi doppi sensi.
Ciò che è peggio è l’aumento delle vendite, un chiaro segno del fatto che queste immagini colpiscono irrevocabilmente la mente del pubblico, il che giustificherebbe il massiccio e continuo ricorso a questo genere di pubblicità.
Ma cosa spinge le donne a prestarsi? Sicuramente uno dei motivi principali è la ricerca di un facile guadagno. Ragion per cui, un numero sempre maggiore di donne decide di vendere qualche scatto del proprio corpo considerandola una via facile per la risoluzione di problemi di tipo economico.
La cosa più grave – e che purtroppo non riesce ad emergere e ad influire sulla capacità decisionale di queste ragazze – è che, insieme a qualche immagine, vendono parte della loro dignità, in quanto donne e soprattutto in quanto Persone. Così, in cambio di notorietà o denaro, tantissime ragazze decidono di “vendere” il proprio corpo. L’immagine che se ne ricava è quella di una donna-oggetto, quasi un soprammobile, un cimelio decorativo della cui intelligenza si fa volentieri a meno.
Dovrebbe essere la scuola, assolvendo al suo ruolo di agenzia formativa, seconda solo alla famiglia, a trasmettere i valori morali fondamentali e a porre le basi per evitare la nascita di tendenze che spingano le donne a prestarsi a questo genere di “lavoro”.
Ma intanto né la scuola né tantomeno la famiglia, molto spesso ancora più chiusa e sottoposta ad un regime patriarcale, riescono ad ovviare a questo genere di problema.
Nascono, dunque, questi connubi, queste unioni di immagini e parole che offendono nettamente l’intelligenza e la dignità femminile.
Non molto tempo fa a Bari cominciarono a diffondersi dei cartelloni pubblicitari (sponsorizzanti una gioielleria) con quattro immagini diverse di una ragazza in bikini. Lo slogan: «E tu dove glielo metteresti?», palesemente allusivo e volgare.
La messa in circolo di questi cartelli dovrebbe essere tassativamente vietata. Le donne dovrebbero indignarsi e protestare dal momento che è come se tutte venissero chiamate in causa.
E se indignarsi non basta dovrebbe pensarci qualche donna un gradino più su, per esempio il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna, che dichiara di aver segnalato il cartello in questione all’Istituto di Autodisciplina pubblicitaria. Sarebbe più utile che questi cartelli venissero censurati ancor prima di venire a contatto col pubblico.
Ma cos’è che scatena questo circolo vizioso?
Le radici del problema sono da ricercare in quella che Karl Popper definiva cattiva maestra, vale a dire la televisione.
La televisione continua a dare un immagine della donna bella, magra, affascinante in cui milioni di ragazze si rispecchiano e a cui vogliono somigliare.
E mentre nascono milioni di campagne e movimenti di sensibilizzazione che cercano di portare le ragazzine a non incarnarsi in quei modelli in cui “magro è bello”, queste stesse ragazze sembrano schernire la “normalità”.
Girando per il web e soprattutto sul social network più di moda al momento, Facebook, è facile imbattersi in gruppi creati da ragazzine dove vengono giudicate ferocemente delle immagini di personaggi (ovviamente donne) della musica o dello spettacolo solo perché “non sono perfette”. La cattiveria con cui queste ragazzine si accaniscono contro quelle immagini e quelle figure, che rappresentano uno status e che dentro di loro vorrebbero incarnare, è inaudita.
Il problema è più profondo di quello che si pensa: le agenzie formative non fanno abbastanza per fornire gli strumenti adatti. Strumenti che possano permettere alle giovani donne di costruire una capacità critica tale da permettere loro di rifiutare quello che la televisione impone come modello.
E accanto a questi modelli di perfezione, accanto alle pubblicità che mostrano la donna-oggetto ci sono quelle che mostrano alle più piccole quali “devono” essere le loro aspirazioni future
e dunque si da il via a pubblicità che hanno per protagoniste bambine che desiderano ardentemente delle mini-cucine rigorosamente rosa, altre con delle bambine pronte a prendersi cura del “bambolotto” con la febbre, altre ancora tutte felici e truccate. Cosa vogliono dire? L’unico messaggio che lanciano è: “Cresci! Cresci e cucina, prenditi cura dei tuoi figli e truccati perché devi essere sempre bellissima!”
Il perno attorno a cui ruotano questi spot è l’idea che di donna si deve continuare ad avere: donna madre e casalinga. E questo messaggio deve essere recepito fin dalla prima infanzia.
Il compito della scuola è importantissimo al fine di evitare questi condizionamenti. È lungo il percorso scolastico che le bambine devono formare la loro persona nella piena consapevolezza di essere donne, con una mente pensante che possa permettere loro di rifiutare i ruoli che gli vengono imposti dalla società e di realizzarsi secondo le proprie aspirazioni e soprattutto nel pieno rispetto della loro dignità.












