Una breve riflessione sull’oggi
di Alberto Vallarin
Leggendo il bellissimo libro di Enrico Berti In principio era la meraviglia[1] e, nel contempo, un grande classico quale è la Metafisica di Aristotele ho maturato una semplice riflessione riguardo la meraviglia o, se vogliamo, lo stupore che oggigiorno ci è dato di provare di fronte alle tante, e ricorrenti, provocazioni del reale il quale ci richiama, invano, il continuo persistere in esso del carattere di novità che gli è proprio nella storia fin dai greci ma che, oramai, l’Uomo non avverte più; mancando in tal modo nella sua naturale aspirazione al sapere e nell’esercizio di una razionalità che dovrebbe risultare immediata e spontanea proprio perché inscritta nell’essenza dell’animo umano.
Oggi purtroppo non ci si stupisce più, non si guarda più al mondo “con occhi greci”[2], con occhi che sanno provare meraviglia per l’incanto che è il mondo, e che poi si affannano nella ricerca di un perché che non sia solo circoscritto a una triste e banale superficie ma che vada all’essenza del problema e maturi una vera nozione che possa essere risposta a una ricerca davvero esistenziale.
In questo oggi non c’è spazio per tutto questo. Non c’è spazio per se stessi, per la propria natura di esseri che tendono al sapere, dunque non c’è l’uomo: c’è un ente non definibile, certamente razionale, ma incompiuto proprio per il suo negare la tendenza al sapere, per il suo protendersi verso una via che devia e si contrappone rispetto alla maestra via del sapere.
E questo “perché di solito si cammina con degli scopi ben precisi, per andare da qualche parte, per fare una certa cosa, e si dimostra attenzione solo verso le cose che servono ai nostri obiettivi”[3]. Si fanno le cose, in sostanza, solo in vista di altre cose, in vista, cioè, di fini ben precisi e di cui siamo ben consci all’inizio di una tale ricerca: si desiderano determinate cose solo perché esse ci conducono verso uno scopo che ci prefiggiamo. E allora si desidera operare solo in vista di una determinata ricompensa, magari della gloria, magari dell’onore. Nulla più si fa per se stessi, ogni cosa noi facciamo ha un fine che è altro rispetto alla cosa in sé e che la supera quantitativamente (e spesso non qualitativamente). Purtroppo però questa è solo una via di smarrimento del proprio, originario, essere.
E anche nel campo dell’agire morale e di quell’agire, in particolare, che pratichiamo in vista del Bene sommo dei greci, la felicità, siamo ancora una volta carenti: e, di nuovo, poiché aspiriamo solo a cose futili, che passano e che, ancora una volta, ricerchiamo per altri fini. Facciamo, magari, come la cicala della favola di Esopo che canta e persegue un totale piacere momentaneo, incurante di un futuro in cui pagherà la sua spregiudicatezza e la sua “mancanza di misura”. O magari pensiamo di essere solo marionette prigioniere di Dei che, alla maniera greca, spartiscono la felicità contenuta nella loro giara in modo casuale e in maniera del tutto diseguale; forse pensiamo di essere baciati, in tal modo, dalla fortuna o colpiti, allo stesso modo, dalla sfortuna; o forse, ancora, pensiamo che basti incarnare, o recitare la parte del kalos kagathos per essere veramente felici. Non lo so. Però so che non imbocchiamo la strada giusta, quella che ci porta alla vera felicità; ci accontentiamo di ciò che soddisfa la nostra materia o di ciò che ci porta a una soddisfazione magari effimera e stupida.
Ma cosa ci è chiede di fare il nostro di dentro per essere felici? Cosa ci dobbiamo prefiggere? Che felicità cerchiamo e cosa essa realmente sia? E quale felicità è idonea a condurci verso quell’uomo tendente al sapere che si meraviglia dinnanzi alle cose?
Lungo la storia della filosofia le risposte sono state molte e le più varie.
Si è parlato di eudaimonia, di quella felicità che i greci intendevano come una “tutela di un buon demone”[4], cioè come quello stato che può derivare esclusivamente dal favore degli dei e che può nascere solo facendo la virtù dell’anima, perseguendo cioè la sua salute, la giustizia e facendo, in campo politico, il bene della polis, cioè la sua felicità. Si è parlato poi in Aristotele di una felicità che deriverebbe dalla realizzazione di due tipi di virtù (intese come disposizioni etiche): quelle etiche e, soprattutto, quelle dianoetiche, la scienza, la sapienza, l’arte, la saggezza e l’intelligenza.
In età tardo-antica/medievale i padri della Chiesa, Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, Anselmo d’Aosta, parlavano sostanzialmente di felicità come beatitudo, questa è una conquista dell’uomo che ha fede (solo di questo) e si raggiunge nel solo rapporto con Dio (sommo bene) e nel godere di Lui. Qui l’innovazione è davvero potente: infatti si parla ora di una felicità raggiungibile non più individualmente ma solo in simbiosi, in uno stretto rapporto col creatore rivelatosi all’uomo; concretamente inoltre questa si raggiunge anche con le buone azioni infatti, “per stabilire la bontà di un’azione conta anche l’intenzione con cui questa è fatta e l’idoneità a condurre l’uomo verso il sommo bene”[5].
Ma la vera felicità a parer mio è semmai un’altra; essa è quello stato etico e pratico che ci propone Epicuro e che consiste, nella sostanza, in un atteggiamento distaccato verso la realtà, in una sostanziale tranquillità dell’animo, in una pressoché totale imperturbabilità. Solo operando in tal modo la meraviglia tornerà presente ed emergerà dai nostri umani occhi. E questo perché le insoddisfazioni comuni, i giudizi sommari su di noi, le ingiustizie e, insieme, le effimere glorie e le materiali consolazioni non desteranno più alcuna sensazione in noi, non produrranno più nessun odioso effetto e, nella imperturbabilità dell’animo ci sarà più facile provare quella greca meraviglia di cui c’è un vitale bisogno in funzione della quale torneremo ad aspirare al sapere, torneremo, insomma, a fare filosofia, a vedere con occhi nuovi le cose, consci della nostra originale irreparabilità e più autentici dinnanzi a questa divina creazione quale è il mondo.
Tutto questo ci è chiesto dal nostro di dentro, è esso che ci chiede di guardare in esso, di ripensare noi stessi e la nostra, peculiare, razionalità, che ci porta a meravigliarci dinnanzi allo splendore (ma anche all’orrore) del vero e dunque a chiederci una spiegazione riguardo al perché di questa natura, che ci conduce, insomma, dinnanzi al sapere.
“ Può provare meraviglia anche chiunque di noi, camminando o guardandosi intorno, veda le cose di tutti i giorni sotto una nuova luce[6].
[1] Enrico Berti, In principio era la meraviglia, Laterza, Bari 2007.
[2] M. Gentile, Come si pone il problema metafisico, Liviana, Padova 1955.
[3] Enrico Berti, In principio era la meraviglia, Laterza, Bari 2007.
[4] F. De Luise, Storia della felicità.
[5] I. Sciuto, L’etica del medioevo.
[6] E. Berti, In principio era la meraviglia, Laterza, Bari 2007.












